Nel mondo dell’ingegneria motoristica, ogni innovazione può sembrare un passo verso il futuro. La cinghia a bagno d’olio ne è stata l’esempio perfetto. All’inizio, venne vista come una svolta: meno attrito, maggiore silenziosità, manutenzione ridotta. Una soluzione interna ai motori, protetta dall’esterno, prometteva efficienza e durata quasi eterna. Il primo a credere in questa tecnologia fu Ford, ancora prima dell’era EcoBoost. Poi si aggiunse Volkswagen, adottandola anche su motori diesel come il 1.6 TDI. Sembrava la fine delle vecchie cinghie esposte agli agenti esterni, la fine delle sostituzioni frequenti. Tutto calcolato, tutto perfetto, ma solo sulla carta, la realtà infatti sarebbe stata un’altra.
Il risveglio dai sogni: problemi nei motori e retromarce
Le avvisaglie iniziarono in sordina. Alcuni modelli Ford con il 1.0 EcoBoost cominciarono a manifestare cedimenti prematuri. L’olio, col tempo, aggrediva la cinghia invece di preservarla. Le particelle rilasciate finivano nel circuito di lubrificazione, provocando danni gravi. Ford non aspettò troppo: nei nuovi modelli tornò alla catena di distribuzione. Volkswagen affrontò un destino simile. Nei suoi TDI la cinghia non comandava gli alberi a camme, ma solo la pompa dell’olio, limitando i danni. L’esperienza, comunque, bastò per abbandonare in fretta l’esperimento. Non tutti scelsero la ritirata. PSA, poi Stellantis, puntò tutto sul motore 1.2 PureTech, montato su Peugeot, Citroën, Opel, Fiat, persino Toyota. La scommessa era garantire durata per l’intero ciclo vita del veicolo. I primi segnali d’allarme furono ignorati, poi sottovalutati. Intanto, migliaia di motori iniziavano a manifestare cedimenti catastrofici.
Quando il problema esplose in tutta la sua gravità, Stellantis si trovò accerchiata. La cinghia si sbriciolava, occludendo filtri, intasando pompe, bloccando motori. Continental, il fornitore, fu informato, ma la corsa verso una soluzione alternativa si rivelò vana. Sostituire la cinghia con una catena significava riconoscere l’errore. Solo nel 2022 si scelse questa via. Troppo tardi per chi aveva già subito guasti, troppo tardi per salvare l’immagine del gruppo. I vantaggi promessi erano svaniti. Al loro posto, migliaia di auto ferme, richiami, azioni legali, clienti esasperati. Si può davvero cercare risparmio a ogni costo senza pagarne le conseguenze? Forse la storia del PureTech ed anche gli ultimi sviluppi lo confermano.
