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Verifica dell’età in Europa: esclusi utenti Linux e ROM custom

L’app europea per la verifica dell’età potrebbe tagliare fuori una fetta di utenti prima ancora di partire davvero, e il motivo è tutto nell’hardware. Chi usa Linux sui propri dispositivi o ha installato una ROM custom sul telefono rischia infatti di restare escluso, perché il sistema pensato a Bruxelles si appoggia a componenti certificati che non tutti i dispositivi possiedono. Un dettaglio tecnico che sembra minore, ma che apre una discussione tutt’altro che chiusa.

A sollevare la questione è stato un maintainer del progetto, cioè una delle persone che si occupano dello sviluppo e della manutenzione del codice. Analizzando il repository Android dell’applicazione, ha confermato che esiste un vincolo hardware ben preciso. Tradotto: senza certi requisiti a livello di dispositivo, l’app semplicemente non funziona come dovrebbe. Dopo la conferma, la discussione sul tema è stata contrassegnata come “completata”, quasi a voler mettere un punto. Solo che, come spesso accade in questi casi, il punto non è arrivato affatto.

Perché ricorda tanto la vicenda dell’app IO

Chi segue queste vicende avrà avuto un senso di déjà vu. La faccenda ricorda infatti da vicino quanto successo con l’app IO e il vincolo legato a Play Integrity, il meccanismo di Google che verifica l’integrità del dispositivo e dell’ambiente in cui gira l’applicazione. Anche in quel caso il problema era lo stesso: chi possedeva un telefono con software modificato, o comunque non allineato agli standard imposti da Google, si ritrovava di fatto tagliato fuori da un servizio pubblico.

Il tema di fondo è delicato e riguarda tutti, non solo gli smanettoni. Uno strumento pensato per essere universale, come dovrebbe essere per definizione un’app di verifica dell’età a livello europeo, finisce per funzionare solo su una parte dei dispositivi in circolazione. Chi decide di avere maggiore controllo sul proprio smartphone, magari installando una ROM custom per motivi di privacy o di longevità del dispositivo, si ritrova penalizzato. Stesso discorso per chi usa Linux come sistema operativo, una scelta legittima e diffusa soprattutto tra chi tiene alla libertà del proprio hardware.

Il vincolo sull’hardware certificato nasce da esigenze comprensibili di sicurezza. L’idea è garantire che l’applicazione giri in un ambiente affidabile, non manomesso, per evitare che qualcuno aggiri i controlli sull’età. Fin qui la logica regge. Il problema è che questa impostazione, applicata in modo rigido, rischia di trasformare uno strumento nato per tutelare tutti in qualcosa che esclude una fetta di cittadini. E quando si parla di servizi che possono diventare obbligatori o comunque necessari per accedere a determinati contenuti online, la questione dell’accessibilità diventa centrale.

La chiusura della discussione da parte del maintainer, insomma, non ha spento il dibattito. Anzi, lo ha alimentato. Perché dietro a un dettaglio da addetti ai lavori si nasconde una domanda molto più ampia sul rapporto tra sicurezza, controllo dei dispositivi e diritto di ognuno a usare il proprio smartphone o computer come preferisce, senza per questo perdere l’accesso a un servizio pensato per l’intera cittadinanza europea.

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