Il veleno d’ape potrebbe diventare un alleato inaspettato contro il Parkinson, almeno stando a quanto emerge da una ricerca condotta in Messico. Ricercatori del Centro Universitario di Scienze Biologiche e Agrarie dell’Università di Guadalajara hanno lavorato per alcuni anni con la sostanza prodotta da questi insetti, cercando di capire se potesse rafforzare il trattamento più efficace oggi disponibile per la malattia di Parkinson. I risultati sono stati pubblicati di recente su una rivista accademica, e aprono una prospettiva che merita attenzione.
Prima di entrare nel merito, tre punti aiutano a inquadrare la questione. Il Parkinson è un disturbo neurodegenerativo progressivo che colpisce soprattutto il controllo del movimento. Succede perché le neuroni di una zona del cervello chiamata sostanza nera muoiono in modo graduale, riducendo la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore fondamentale per coordinare i movimenti. Secondo punto: ad oggi la malattia non ha cura, e non esiste un trattamento capace di invertirne il decorso. Ci sono però terapie che aiutano a controllare i sintomi e a mantenere l’autonomia dei pazienti per molti anni. Terzo punto: il farmaco più usato è la levodopa, o L-DOPA, un precursore della dopamina che il cervello converte compensando in parte la perdita del neurotrasmettitore. Di solito viene somministrata insieme alla carbidopa, che ne aumenta l’efficacia e riduce effetti collaterali come la nausea.
Come è stato condotto lo studio
I ricercatori dell’Università di Guadalajara hanno provocato nei topi una lesione selettiva dei neuroni dopaminergici tramite la 6-idrossidopamina, una neurotossina che riproduce diversi deficit motori tipici della malattia. Gli animali sono stati poi divisi in quattro gruppi: uno sano, uno con la lesione ma senza cure, un terzo trattato solo con levodopa e carbidopa, e un quarto che ha ricevuto quegli stessi farmaci insieme all’apitossina, cioè il veleno d’ape liofilizzato, somministrato un’ora dopo.
I trattamenti sono iniziati 13 giorni dopo aver indotto la lesione e sono proseguiti fino al giorno 30. Il dato interessante è questo: i topi trattati solo con L-DOPA hanno recuperato all’inizio parte della capacità motoria, ma il beneficio è calato con il passare dei giorni. I topi che hanno ricevuto anche il veleno d’ape, invece, hanno mantenuto un uso quasi equilibrato delle zampe anteriori fino alla fine dell’esperimento, con valori paragonabili a quelli degli animali sani. Qualcosa di simile è successo con un altro indicatore, il cosiddetto trascinamento della zampa: entrambi i trattamenti hanno ridotto il problema, ma il miglioramento è stato leggermente maggiore nel gruppo che ha ricevuto la combinazione.
Le differenze si sono fatte ancora più nette in un test pensato per valutare la lateralizzazione del movimento, in cui i topi devono percorrere un corridoio e recuperare cibo posto ai due lati. Gli animali con Parkinson sperimentale tendono a ignorare il lato colpito dalla lesione. La combinazione di levodopa e veleno d’ape ha permesso un recupero molto più ampio rispetto al trattamento classico. E il beneficio non ha riguardato solo il movimento: in un test di riconoscimento degli oggetti, che misura la memoria, i topi trattati anche con il veleno hanno mantenuto una capacità di riconoscimento vicina a quella del gruppo sano per tutta la durata dello studio.
Cosa resta da capire e i limiti della ricerca
Il lavoro si è concentrato sul comportamento e non ha indagato direttamente i meccanismi biologici alla base di questi effetti. Gli autori ricordano però che il veleno d’ape contiene diverse molecole interessanti, tra cui la melitina, la fosfolipasi A2 e l’apamina, composti che in studi precedenti sono stati collegati ad azioni antinfiammatorie, antiossidanti e capaci di modulare l’attività neuronale. Queste spiegazioni, precisano gli stessi ricercatori, restano al momento ipotesi, perché lo studio non ha effettuato analisi biochimiche o istologiche in grado di confermarle.
“I nostri risultati dimostrano i promettenti benefici comportamentali del veleno d’ape come complemento della terapia con L-DOPA e carbidopa, ma serve altra ricerca per comprendere i meccanismi sottostanti”, ha spiegato Alma Karen Lomeli Lepe, autrice principale dello studio. Insieme a lei hanno firmato la ricerca Silvia Josefina López Pérez e Marco Antonio Noriega Ruiz.
I limiti sono chiari: la ricerca è stata svolta solo sui topi e ha valutato unicamente i cambiamenti comportamentali. Pur avendo verificato che la lesione cerebrale fosse stata indotta correttamente, gli scienziati non hanno quantificato direttamente la sopravvivenza dei neuroni dopaminergici né misurato marcatori di infiammazione o stress ossidativo. I risultati mostrano quindi un miglioramento funzionale, ma non dimostrano che il veleno d’ape protegga i neuroni o modifichi il corso della malattia. È ancora troppo presto per parlare di applicazioni cliniche, ma se studi futuri confermeranno questi dati, il veleno d’ape potrebbe diventare un trattamento complementare capace di prolungare o potenziare i benefici della levodopa, il farmaco più importante contro il Parkinson da decenni. E sì, un motivo in più, tra i tanti, per battersi per la conservazione delle api.


