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Nel Golfo di California sopravvivono, secondo le stime più recenti, appena 10 esemplari di vaquita, il mammifero marino più minacciato del pianeta. Ed è proprio in questo quadro già drammatico che l’allentamento delle regole sulla pesca potrebbe trasformarsi nel colpo finale per una specie che da tempo vive appesa a un filo. Parliamo di numeri talmente ridotti da rendere ogni singolo animale prezioso, quasi insostituibile, perché con una popolazione così esigua anche una perdita minima pesa in modo enorme sul futuro dell’intera specie.
La vaquita è una focena, cioè un piccolo cetaceo imparentato con delfini e balene, e detiene un primato curioso: è il più piccolo di tutti i cetacei conosciuti. Una creatura minuta, quindi, che abita un’area circoscritta e che non ha altri luoghi in cui rifugiarsi. Tutta la sua storia, e purtroppo anche la sua possibile fine, si gioca all’interno di un unico tratto di mare.
Vaquita: una popolazione ridotta ai minimi termini
Dieci individui. Detto così sembra quasi un dato astratto ma basta fermarsi un attimo per capirne la portata. Con un gruppo tanto sparuto la sopravvivenza della specie dipende da equilibri fragilissimi e qualsiasi fattore esterno capace di aumentare i rischi per questi animali diventa potenzialmente decisivo. Non esistono margini di sicurezza né riserve su cui contare, ogni esemplare rappresenta una porzione consistente di ciò che resta.
Ecco perché il titolo di mammifero marino più a rischio al mondo non è un’etichetta usata per fare effetto. Descrive una situazione concreta in cui la linea tra la sopravvivenza e la scomparsa definitiva si è fatta sottilissima. In un contesto del genere le scelte prese da chi gestisce le attività in mare assumono un peso che va ben oltre la normale amministrazione.
Il nodo delle norme sulla pesca
Il punto critico riguarda appunto la regolamentazione della pesca nel Golfo di California. Rendere le regole meno severe significa, nei fatti, aprire la porta a una maggiore presenza di attività di pesca proprio nelle acque in cui vivono gli ultimi esemplari di vaquita. E per una specie ridotta a una manciata di individui questo scenario viene considerato come il possibile chiodo sulla bara, l’ultimo tassello di un declino che rischierebbe di diventare irreversibile.
Il timore è semplice da comprendere anche per chi non mastica di biologia marina. Più pesca in un’area già delicata vuol dire più occasioni di contatto tra le attività umane e questi piccoli cetacei, e quando gli esemplari rimasti si contano sulle dita delle mani non serve un evento catastrofico per compromettere tutto. Bastano pochi episodi sfortunati per azzerare una popolazione che non ha più la capacità di riprendersi da sola.
La partita, insomma, si gioca tutta sul piano delle regole. Da una parte c’è una specie in via di estinzione che conta appena 10 esemplari, dall’altra c’è la possibilità concreta che norme più permissive aumentino la pressione su un habitat che rappresenta l’unica casa rimasta alla vaquita. Ed è proprio questo allentamento delle restrizioni sulla pesca a essere indicato come la minaccia capace di spingere definitivamente il più piccolo cetaceo del mondo oltre il punto di non ritorno.
Fonte: TecnoAndroid


