I richiami vaccinali contro il COVID-19 potrebbero rivelarsi un’arma inaspettata contro i coronavirus di origine animale, quelli che secondo diversi esperti hanno il potenziale per scatenare le pandemie del futuro. Gli anticorpi generati da chi ha ricevuto il vaccino, infatti, sembrano funzionare sorprendentemente bene contro virus che circolano tra pipistrelli e pangolini, animali da tempo tenuti sotto osservazione come possibili serbatoi di nuovi agenti patogeni pericolosi per l’uomo.
Una protezione arrivata quasi per caso
Il dato più curioso emerso riguarda proprio l’efficacia di questi anticorpi. Le difese immunitarie prodotte dalle persone vaccinate contro il COVID-19 hanno mostrato una capacità di neutralizzazione più forte contro alcuni coronavirus animali rispetto a quella osservata verso le più recenti varianti Omicron. In pratica, il sistema immunitario allenato dai vaccini reagisce meglio davanti a virus che nemmeno conosce, quelli che vivono nei corpi di pipistrelli e pangolini, piuttosto che davanti alle ultime mutazioni del virus con cui ha già avuto a che fare.
Può sembrare un paradosso, e per certi versi lo è. Le varianti Omicron hanno accumulato nel tempo un numero notevole di mutazioni, e questo ha permesso loro di aggirare in parte le difese costruite con i richiami vaccinali. I coronavirus che circolano negli animali, invece, non hanno seguito lo stesso percorso evolutivo e mantengono caratteristiche che li rendono più riconoscibili per gli anticorpi già presenti nell’organismo di chi si è vaccinato.
Perché tutto questo interessa la ricerca sulle pandemie
L’attenzione verso i coronavirus di bat e pangolini non nasce dal nulla. Questi animali sono da anni al centro degli studi che cercano di capire da dove possa arrivare la prossima grande emergenza sanitaria globale. Un virus che salta dall’animale all’uomo, il cosiddetto salto di specie, resta uno degli scenari più temuti dagli scienziati, e sapere che le difese sviluppate dalla popolazione grazie alla campagna vaccinale contro il COVID-19 offrono già una qualche forma di protezione cambia parecchio le prospettive.
Non significa che ci sia uno scudo perfetto pronto all’uso, sia chiaro. Ma il fatto che gli anticorpi delle persone vaccinate riescano a riconoscere e neutralizzare virus con cui non hanno mai avuto contatto diretto apre una strada interessante. Vuol dire che l’immunità costruita in questi anni potrebbe avere un valore che va oltre la protezione contro il virus originale e le sue varianti.
Questo tipo di scoperta rafforza l’idea che i vaccini contro il coronavirus abbiano generato una risposta immunitaria più ampia di quanto ci si aspettasse. Una risposta capace, almeno in laboratorio, di coprire una gamma di minacce più estesa e potenzialmente utile anche di fronte a patogeni che oggi vivono soltanto negli animali selvatici, lontani dai nostri contatti quotidiani.
Il messaggio che arriva dalla ricerca è tutt’altro che banale. In un momento in cui il dibattito sui richiami vaccinali e sulla loro utilità continua a dividere, dati come questi aggiungono un tassello a favore di un beneficio che potrebbe estendersi ben oltre la pandemia che tutti conosciamo, guardando dritto verso quelle che potrebbero arrivare in futuro.