Lesioni necrotiche, ulcere profonde e croste scure su tutto il corpo. Per sei mesi i medici non sono riusciti a capire cosa stesse distruggendo un uomo di 78 anni, fino a quando non è stato trasferito in un ospedale affiliato alla Yale School of Medicine. Solo a quel punto è arrivata la diagnosi: un’ameba a vita libera del genere Acanthamoeba, un organismo unicellulare che si trova praticamente ovunque, compresa l’acqua del rubinetto. Ma ormai era troppo tardi. Il caso è stato pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases.
Le infezioni da Acanthamoeba sono rare. Quando degenerano in una malattia disseminata su tutto il corpo, nella maggior parte dei casi colpiscono pazienti con un sistema immunitario compromesso: persone affette da HIV/AIDS, tumori, diabete, oppure in terapia con farmaci immunosoppressori potenti, come chi ha subito un trapianto. Quest’uomo però non rientrava in nessuna di queste categorie. Tra le infezioni localizzate più note causate da questa ameba c’è la cheratite da Acanthamoeba, legata spesso a chi usa lenti a contatto senza pulirle correttamente, e che può portare alla perdita permanente della vista. Acanthamoeba può anche provocare una rara infezione cerebrale e colonizzare ferite o seni nasali, soprattutto in chi fa lavaggi nasali con acqua del rubinetto non bollita.
Un percorso diagnostico lungo e tortuoso
Proprio i lavaggi nasali sono risultati la via di esposizione più probabile. L’uomo soffriva di polipi nasali e usava regolarmente risciacqui dei seni paranasali per alleviare i sintomi. Eppure, i primi segnali non sono comparsi nel naso, ma sulle gambe: noduli rossi che hanno sviluppato centri scuri, alcuni trasformandosi in ulcere profonde, altri in tessuto necrotico con croste nere. Da lì le lesioni si sono estese al tronco, alle braccia e al collo, fino a coprire il viso. Una lesione aveva distrutto la palpebra sinistra, un’altra aveva creato un foro tra il palato e la cavità nasale.
Prima del trasferimento a Yale, i medici avevano tentato più volte di identificare la causa, eseguendo numerose biopsie cutanee. I test risultavano negativi per batteri e funghi, ma mostravano vasi sanguigni infiammati e pieni di ammassi di cellule immunitarie. Sospettando che il sistema immunitario stesse attaccando i propri vasi sanguigni, i medici avevano prescritto farmaci immunosoppressori, peggiorando però la situazione. Quando l’uomo è arrivato a Yale aveva febbre, tachicardia, aveva perso circa 7 chili, era sonnolento e confuso, e il corpo era ricoperto di lesioni.
I medici di Yale hanno notato che i sintomi erano iniziati dopo il rientro dalla Florida, dove l’uomo trascorreva gli inverni. Lì era stato esposto a una fioritura algale tossica (la cosiddetta marea rossa) mentre puliva i danni provocati da un uragano. Una nuova biopsia ha finalmente rivelato cellule con l’aspetto di amebe, e il test del DNA ha confermato la presenza di Acanthamoeba.
Il trattamento sperimentale e il ruolo sospetto di un farmaco
I medici hanno subito avviato un protocollo a cinque farmaci raccomandato dai Centers for Disease Control and Prevention, ma le condizioni dell’uomo hanno continuato a peggiorare. Con l’autorizzazione della Food and Drug Administration, è stato quindi tentato un trattamento sperimentale con un antibiotico chiamato nitroxolina, che aveva dato risultati positivi in un altro paziente contro un’ameba diversa. Per un breve periodo il farmaco ha funzionato: la febbre è scesa, alcune lesioni sono migliorate e non se ne sono formate di nuove. Ma i miglioramenti non sono durati. La funzionalità renale è peggiorata, i medici hanno dovuto sospendere i farmaci, e si sono sviluppate infezioni secondarie seguite da insufficienza multiorgano. L’uomo è deceduto sei settimane dopo la diagnosi di infezione da ameba.
Restava da capire come fosse potuto accadere. Oltre ai lavaggi nasali e all’età avanzata, i medici hanno puntato l’attenzione sull’unico farmaco che l’uomo assumeva: il dupilumab, un anticorpo monoclonale usato per trattare asma e polipi nasali. Questo farmaco inibisce specifici segnali immunitari, in particolare l’interleuchina 4 e l’interleuchina 13. I medici di Yale hanno osservato che altri farmaci con meccanismi simili sono stati collegati, in casi rari, a infezioni parassitarie. Un trial clinico con dupilumab su oltre 400 bambini aveva registrato sei casi di infezioni da vermi parassiti nel gruppo trattato, contro zero nel gruppo di controllo. All’epoca i ricercatori avevano escluso un nesso, ma i medici di Yale si sono chiesti se invece quel legame esistesse davvero.
“Sebbene dupilumab non sia classicamente considerato un agente immunosoppressivo, potrebbe aumentare il rischio di infezioni parassitarie,” hanno scritto nel loro resoconto. Il farmaco potrebbe aver rappresentato uno dei fattori, insieme ai lavaggi nasali e all’età, che hanno portato all’infezione da ameba. I ricercatori sottolineano che servono ulteriori dati per confermare un eventuale collegamento, ma raccomandano ai medici di non trascurare i potenziali segnali di infezione da amebe a vita libera.