Nel vasto mosaico dell’osservazione meteorologica, un nuovo protagonista sta attirando l’attenzione su di sé. Piccolo, silenzioso e privo di equipaggio, un robot oceanico ha ridefinito i limiti di ciò che è possibile fare in mezzo a una tempesta. Il suo contributo non si misura soltanto in numeri e grafici. Rappresenta una trasformazione culturale, tecnologica e scientifica nel modo in cui l’uomo si confronta con la forza distruttiva dei cicloni tropicali. Dietro tale svolta ci sono i C-Star, unità autonome progettate da Oshen insieme alla University of Southern Mississippi e impiegate dalla NOAA. Tali imbarcazioni, lunghe circa 1,2 metri, si muovono sfruttando il vento e ricavano energia solare per alimentare sensori capaci di raccogliere dati su vento, pressione atmosferica, temperatura e umidità. Ogni due minuti, i robot inviano aggiornamenti continui. Quest’ultimi sono corredati da immagini e video che documentano in diretta le trasformazioni della superficie marina.
Ecco come funziona il nuovo robot oceanico
A fine settembre 2025, uno di tali dispositivi è riuscito in un’impresa quasi fantascientifica. Ovvero penetrare nell’occhio del ciclone Humberto. Ovvero una tempesta di categoria 5. L’episodio, avvenuto il 28 settembre, ha segnato la prima volta in cui un veicolo di superficie non presidiato ha raggiunto il centro di un uragano. I dati raccolti hanno confermato il passaggio attraverso la temuta eyewall, la barriera di nubi che delimita l’occhio del ciclone. Le informazioni sono state integrate nei bollettini del National Hurricane Center, offrendo ai meteorologi una base di analisi più precisa e tempestiva.
Secondo l’oceanografo Greg Foltz, del laboratorio NOAA di Miami, i C-Star rappresentano un modello interessante. Il quale potrebbe portare ad una futura rete di flotte autonome. Ciò con lo scopo di raccogliere dati marini su scala globale. Ogni informazione confluisce nel Global Telecommunications System, la piattaforma che alimenta i modelli meteorologici di tutto il mondo. Per la CEO Anahita Laverack, il successo del progetto dimostra che anche una tecnologia “leggera” può garantire una copertura continua e capillare degli oceani. Oggi i piccoli C-Star continuano la loro navigazione in Atlantico, spinti dal vento e dalla curiosità umana.