In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
L’idea di sindacalizzare i robot può sembrare una provocazione, ma la proposta avanzata dalla UIL parte da un ragionamento piuttosto concreto. Se macchine e sistemi di intelligenza artificiale imparano osservando il lavoro delle persone, allora il valore che producono non può essere considerato soltanto frutto dell’investimento di chi possiede gli impianti. Una parte di quella ricchezza nasce dall’esperienza accumulata dai lavoratori, e proprio da qui prende forma una richiesta che punta a cambiare i termini del confronto dentro le aziende.
Il punto di partenza è semplice da enunciare e molto meno semplice da gestire. Un robot che apprende non arriva in fabbrica già completo. Diventa più efficiente man mano che assorbe gesti, soluzioni, piccoli accorgimenti che chi lavora ogni giorno sulle linee conosce a memoria. Questo patrimonio di competenze umane finisce incorporato nella macchina, che continua a sfruttarlo anche quando la persona da cui lo ha appreso non è più lì. La proposta di sindacalizzare i robot nasce esattamente da questa constatazione.
Perché il valore non appartiene solo al capitale
Nella visione tradizionale, una macchina è un bene strumentale. L’azienda la compra, la installa e ne raccoglie i frutti. Con i sistemi capaci di apprendere lo schema si complica parecchio, perché il rendimento dell’impianto dipende anche da ciò che gli addetti gli hanno insegnato, spesso senza nemmeno rendersene conto. Secondo la logica della UIL, il valore generato da queste tecnologie non può quindi essere attribuito per intero al capitale.
Sindacalizzare le macchine, allora, non significa certo dare una tessera a un braccio meccanico. Vuol dire riconoscere che dietro ogni sistema intelligente c’è un contributo umano che merita di essere tutelato e contrattato. È un cambio di prospettiva che sposta l’attenzione dal singolo posto di lavoro al rapporto tra persone e tecnologie, dentro quella che viene definita fabbrica ibrida, un ambiente in cui uomini e algoritmi lavorano fianco a fianco e si influenzano a vicenda. In un contesto del genere i confini diventano sfumati. Diventa difficile stabilire dove finisca l’apporto del dipendente e dove cominci quello del software, e proprio questa zona grigia è il terreno su cui il sindacato intende muoversi.
Dalla produttività ai dati, i nuovi temi della contrattazione
La conseguenza più rilevante della proposta riguarda la contrattazione. Il confronto tra rappresentanze e imprese non si limiterebbe più a salari, orari e condizioni di sicurezza, ma si allargherebbe a questioni finora rimaste quasi del tutto fuori dai tavoli. La prima è la produttività, cioè quanto rendono davvero gli impianti che imparano dal lavoro umano e chi ne beneficia.
La seconda riguarda la proprietà dei dati. Le informazioni raccolte osservando i lavoratori sono la materia prima con cui i sistemi di intelligenza artificiale migliorano le proprie prestazioni. Chiedersi a chi appartengano quei dati significa interrogarsi su chi abbia titolo a decidere come vengano usati e con quali limiti.
Poi c’è la governance, ovvero il modo in cui vengono prese le decisioni sull’introduzione e sull’impiego delle tecnologie in azienda. Coinvolgere le rappresentanze in queste scelte vorrebbe dire dare ai lavoratori voce in capitolo su strumenti che trasformano profondamente la loro attività quotidiana.
Infine il capitolo forse più delicato, quello della redistribuzione dei profitti. Se una parte del valore prodotto dalle macchine deriva dal sapere di chi lavora, la proposta della UIL punta a far sì che anche quella quota di guadagno torni, almeno in parte, alle persone che l’hanno resa possibile. Produttività, dati, governance e profitti diventano così i quattro assi su cui sindacalizzare i robot dovrebbe tradursi in pratica dentro la fabbrica ibrida.
Fonte: TecnoAndroid








