In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
L’intelligenza artificiale, almeno nei documenti ufficiali degli Stati Uniti, ha smesso di chiamarsi così. La decisione arriva direttamente dal presidente Donald Trump, che ha scelto di dare alla tecnologia una nuova denominazione, mandando in soffitta l’espressione entrata ormai nel linguaggio comune di mezzo pianeta. Un cambio di etichetta che sulla carta sembra una formalità burocratica, ma che nella pratica ridisegna il modo in cui l’amministrazione americana parla di uno dei settori più caldi del momento. Chi lavora con la pubblica amministrazione sa bene quanto pesino le parole scritte nei documenti. Non si tratta soltanto di stile. Le definizioni usate negli atti ufficiali finiscono nei bandi, nei regolamenti, nelle relazioni tecniche, nei testi che poi vengono ripresi da agenzie federali e uffici di ogni ordine e grado. Cambiare il nome a una tecnologia significa, di fatto, cambiare il vocabolario con cui quella tecnologia viene raccontata, finanziata e regolamentata.
Perché il nome dato dall’intelligenza artificiale conta più di quanto sembri
La formula Artificial Intelligence era diventata una specie di marchio universale, comprensibile ovunque, dalle aule universitarie alle presentazioni aziendali. Rimuoverla dai documenti ufficiali statunitensi vuol dire spezzare, almeno sul piano formale, quella continuità linguistica. Chi si occupa di comunicazione istituzionale conosce la dinamica, una parola nuova porta con sé una cornice nuova, e la cornice orienta la percezione di chi legge. C’è poi il lato pratico, quello meno affascinante ma decisamente concreto. Ogni riferimento normativo, ogni scheda tecnica, ogni modulo che citava l’espressione precedente deve essere allineato alla nuova terminologia. Un lavoro silenzioso, fatto di revisioni e aggiornamenti, che raramente finisce sotto i riflettori ma che occupa uffici interi. E che, inevitabilmente, si trascina dietro qualche mese di convivenza tra vecchia e nuova dicitura.
Un cambio di rotta firmato Trump
L’iniziativa porta la firma personale di Trump, che sul tema tecnologico ha sempre mostrato una certa attenzione al valore simbolico delle scelte. Il messaggio che passa è chiaro, l’amministrazione vuole appropriarsi del racconto attorno a queste tecnologie e farlo con un linguaggio proprio, riconoscibile, distinto da quello adottato altrove. Non è la prima volta che un governo interviene sul lessico ufficiale per marcare una discontinuità rispetto al passato, ma raramente l’operazione ha riguardato un termine tanto diffuso.
Resta il fatto che fuori dai confini americani, e fuori dagli atti governativi, nessuno ha smesso di chiamare le cose come le ha sempre chiamate. Le aziende, i ricercatori, i giornalisti e il pubblico continuano a usare l’espressione tradizionale, che nel frattempo si è radicata in migliaia di prodotti commerciali e campagne pubblicitarie. Difficile immaginare che una sostituzione imposta per via amministrativa possa riscrivere le abitudini linguistiche di un intero settore. Il risultato, per ora, è una doppia pista. Da una parte la terminologia ufficiale degli Stati Uniti, ripulita dall’espressione precedente. Dall’altra il resto del mondo, che va avanti con il vocabolario di sempre. Una frattura che potrebbe creare qualche grattacapo interpretativo nei rapporti internazionali, dove la precisione delle definizioni è tutto, soprattutto quando si parla di accordi commerciali e standard condivisi.
Per il momento la modifica riguarda il piano documentale, quello dei testi prodotti dalle istituzioni federali, dove l’espressione storica non compare più.
Fonte: TecnoAndroid








