Il relitto della nave infernale con oltre mille prigionieri a bordo è stato finalmente individuato a circa 50 metri di profondità, al largo dell’isola di Luzon, nelle Filippine. A indicare il punto esatto dove cercare sono stati gli archivi di guerra giapponesi, custodi di una memoria rimasta sepolta sott’acqua dal 1944. Una scoperta che riporta a galla una delle pagine più crude del secondo conflitto mondiale.
La chiamavano nave inferno, e nel suo caso il nome non aveva nulla di metaforico. La Hōfuku Maru era una delle oltre 130 imbarcazioni che il Giappone imperiale impiegava per trasferire i prigionieri di guerra da un campo di lavoro all’altro. Condizioni disumane, stive buie, aria che non riusciva a circolare e cibo praticamente inesistente. Mesi interi vissuti così, ammassati come merce, da migliaia di uomini catturati sui fronti del Pacifico.
Una prigione galleggiante senza vie di fuga
Chi finiva a bordo di queste imbarcazioni sapeva di entrare in un luogo dal quale era difficile uscire vivi. Le navi inferno non avevano alcun contrassegno che le identificasse come trasporti di prigionieri, e questo le rendeva bersagli perfetti per gli attacchi alleati. Un paradosso tragico, perché spesso a colpirle erano proprio le forze che avrebbero dovuto liberare quegli uomini. Le stive della Hōfuku Maru erano gremite oltre ogni limite. Lo spazio mancava, l’ossigeno scarseggiava e le malattie si diffondevano in fretta tra corpi già provati dalla fame e dalla fatica. Per molti dei prigionieri di guerra il viaggio si trasformava in una condanna ancora prima di raggiungere la destinazione, in una traversata che metteva a dura prova anche i più resistenti.
Un ritrovamento che restituisce la storia
Il fatto che il relitto sia rimasto nascosto per così tanto tempo dice molto di quanto fosse complicato ricostruire quegli eventi. Solo grazie alla consultazione degli archivi di guerra giapponesi è stato possibile circoscrivere l’area e arrivare al punto preciso, lì dove l’imbarcazione era affondata nel 1944 al largo di Luzon. La profondità contenuta, intorno ai 50 metri, ha permesso di confermare l’identità della nave e di collocarla con certezza in quella vicenda. Ogni nuovo dettaglio che emerge da questi ritrovamenti aiuta a dare un volto e una collocazione a storie che per decenni sono rimaste affidate soltanto ai racconti dei sopravvissuti e ai documenti d’epoca.
La Hōfuku Maru torna così a essere visibile, dopo essere stata per oltre ottant’anni un nome legato a una delle peggiori tragedie del trasporto bellico. Un relitto che custodisce il ricordo di oltre mille uomini, vittime di un sistema che trattava le persone come carico da spostare da un campo all’altro, senza riguardo per la loro sopravvivenza.