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TikTok, morte di una 14enne: il coroner cita i video visti

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La morte di Adriana Retyte, studentessa di appena 14 anni, ha riacceso nel Regno Unito una discussione molto sentita sul peso che i social network e in particolare TikTok possono avere sulle persone più vulnerabili. Al centro della questione ci sono soprattutto i giovanissimi, cioè la fascia di utenti che passa più tempo davanti allo schermo e che spesso dispone di meno strumenti per difendersi da ciò che vede. Il caso ha colpito l’opinione pubblica britannica proprio perché tocca un nervo scoperto, quello dell’influenza che certi contenuti possono esercitare su chi attraversa un momento difficile.

Il coroner incaricato di esaminare la vicenda ha accertato che nei giorni precedenti alla sua morte la ragazza aveva guardato su TikTok diversi video legati al suicidio e all’autolesionismo. Le autorità hanno tenuto a precisare con chiarezza un punto delicato: non è possibile stabilire con certezza le ragioni che hanno spinto la giovane a compiere quel gesto. Allo stesso tempo però hanno osservato che l’esposizione a materiale online potenzialmente dannoso potrebbe aver contribuito in modo significativo. Una formulazione prudente, che evita di attribuire tutta la responsabilità alla piattaforma ma che riconosce un legame difficile da ignorare.

La posizione di TikTok e i dubbi ancora aperti

Dal canto suo TikTok ha espresso vicinanza alla famiglia della studentessa. L’azienda ha poi ribadito di applicare regole rigorose contro i contenuti che promuovono l’autolesionismo e di impiegare algoritmi e altri sistemi automatici per individuare e rimuovere i video che violano le proprie linee guida. Si tratta di una linea difensiva che la società ripete spesso quando viene chiamata in causa su temi simili.

Quello che manca, almeno per ora, è un chiarimento preciso su un aspetto cruciale. Non è stato spiegato se la piattaforma abbia avviato un’indagine interna per capire cosa sia successo in questo caso specifico, e nemmeno se abbia intenzione di farlo in futuro. Un silenzio che pesa, considerando che i video visti dalla ragazza erano evidentemente riusciti a superare i filtri di cui l’app dice di disporre. E proprio su questo scarto tra le regole dichiarate e quanto accade davvero nei feed degli utenti si concentra buona parte delle critiche.

Ofcom e associazioni chiedono interventi più decisi

Com’era prevedibile, la vicenda ha spinto le autorità e diverse associazioni umanitarie a tornare a chiedere con forza misure più incisive da parte del governo britannico. Tra le voci più autorevoli c’è quella di Melanie Dawes, amministratrice delegata di Ofcom, l’autorità che nel Paese si occupa di regolamentare le comunicazioni. Intervenendo in parlamento, Dawes ha sottolineato come le grandi piattaforme si dimostrino lente nel riconoscere i rischi collegati ai contenuti illegali, all’adescamento dei minori e ai meccanismi di raccomandazione capaci di proporre materiale sul suicidio e sull’autolesionismo.

Il punto sollevato dalla numero uno di Ofcom riguarda quindi non soltanto i singoli video, ma il modo in cui i sistemi di raccomandazione li fanno arrivare sugli schermi degli utenti. Un ragazzo che si sofferma su un certo tipo di contenuto rischia infatti di vederne comparire sempre di più, finendo in una spirale da cui uscire non è affatto semplice.

Il Regno Unito peraltro conosce già molto bene questo genere di tragedie. La storia di Adriana Retyte ricorda da vicino quella di Molly Russell, anche lei quattordicenne, che anni fa si tolse la vita dopo essere stata esposta sui social, tra cui Instagram, a contenuti dedicati al suicidio e all’autolesionismo.

Fonte: TecnoAndroid

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