Nel 2002, mentre Rockstar Games dominava il mercato dei videogiochi action a mondo aperto, uno sviluppatore britannico ebbe il coraggio (o l’incoscienza, a seconda dei punti di vista) di lanciare The Getaway, un titolo che ambiva a competere direttamente con il colosso Grand Theft Auto. Una sfida che, sulla carta, sembrava quasi impossibile da vincere, ma che diede vita a un prodotto con qualità tutte sue, capace di ritagliarsi un posto nella memoria di chi lo giocò.
I primi anni Duemila furono un periodo incredibilmente fertile per il genere action a mondo aperto. In quella finestra temporale, Rockstar Games stava costruendo una delle saghe più iconiche della storia dei videogiochi, con titoli del calibro di GTA III, GTA Vice City e GTA San Andreas. Tre giochi che, uno dopo l’altro, alzarono l’asticella in modo spropositato, ridefinendo cosa significasse esplorare una città virtuale, compiere missioni e vivere una storia criminale interattiva. E non era solo Rockstar a muoversi su quel terreno: tra le altre perle legate a questo filone va ricordato anche un certo Mafia, che portò un approccio narrativo diverso e più cinematografico.
Una Londra vera come non si era mai vista
È proprio in questo contesto bollente che The Getaway fece la sua comparsa. Sviluppato da Team Soho (poi diventato SIE London Studio), il gioco si distingueva per una scelta audace: ricreare fedelmente le strade di Londra come ambientazione principale. Non una città inventata, non una versione stilizzata, ma proprio la capitale britannica, con i suoi vicoli, i suoi quartieri riconoscibili e quella sensazione di sporco realismo che pochi titoli dell’epoca riuscivano a trasmettere.
The Getaway puntava tutto su un’atmosfera da film gangster britannico, con una trama cupa e violenta che seguiva le vicende di Mark Hammond, un ex criminale trascinato di nuovo nel mondo della malavita londinese. Il tono era decisamente più serio rispetto a quello scanzonato e sopra le righe di Grand Theft Auto, e questo rappresentava sia il punto di forza sia il limite del progetto. Chi cercava quel tipo di esperienza narrativa intensa e cinematografica trovava in The Getaway qualcosa di unico. Chi invece si aspettava la libertà totale e il caos creativo di GTA restava inevitabilmente deluso.
Un confronto impossibile ma affascinante
Sfidare Rockstar Games nel pieno della sua corsa era un’impresa titanica. GTA III aveva cambiato le regole del gioco nel 2001, e l’anno successivo Vice City avrebbe consolidato quel dominio in modo schiacciante. The Getaway arrivò in un momento in cui il pubblico era già completamente rapito dall’universo di Grand Theft Auto, e questo rese molto più difficile emergere. Eppure, il titolo di Team Soho portava con sé idee interessanti. L’assenza di un’interfaccia a schermo tradizionale (niente minimappa, niente barra della salute visibile) era una scelta coraggiosa che mirava a rafforzare l’immersione. Il protagonista si appoggiava ai muri per recuperare energia, le frecce dei veicoli indicavano la direzione da seguire. Erano soluzioni di design che anticipavano tendenze poi diventate più comuni negli anni successivi.
The Getaway vendette comunque bene, tanto da generare un sequel, The Getaway: Black Monday, uscito nel 2004. Il franchise però non riuscì mai a costruire una base solida abbastanza da competere sul lungo periodo con la saga di Rockstar Games. I piani per un terzo capitolo, che avrebbe dovuto sfruttare le potenzialità di PlayStation 3, vennero poi accantonati. Resta il fatto che The Getaway rappresenta uno di quei progetti che hanno osato mettersi in gioco contro il dominatore assoluto del genere action a mondo aperto, portando una visione diversa e per certi versi pionieristica della Londra videoludica.