Parlare di terraformazione di Marte significa entrare in un territorio dove la fantascienza si scontra brutalmente con la fisica e l’ingegneria. Uno studio recente del Jet Propulsion Laboratory della NASA ha messo nero su bianco quello che molti sospettavano: trasformare il pianeta rosso in qualcosa di lontanamente simile alla Terra non è solo difficile, è un incubo industriale di proporzioni quasi inconcepibili. E non per mancanza di volontà o di idee, ma perché i numeri parlano chiaro e non lasciano molto spazio all’ottimismo.
Per rendere Marte abitabile bisognerebbe affrontare una serie di passaggi, ciascuno più complicato del precedente. Il primo ostacolo riguarda la pressione atmosferica: andrebbe portata oltre il cosiddetto “punto triplo” dell’acqua, cioè quella soglia di 6,1 mbar sotto la quale il ghiaccio non può sciogliersi in forma liquida ma evapora direttamente. Poi bisognerebbe spingerla ancora più su, fino a circa 62,7 mbar, perché al di sotto di quel valore il sangue umano inizierebbe letteralmente a bollire alla normale temperatura corporea. L’obiettivo finale sarebbe un’atmosfera densa, ricca di ossigeno, protetta da un cuscinetto di azoto e con temperature medie alzate di almeno 60 °C. Roba che fa venire il capogiro anche solo a leggerla.
Servirebbero risorse che oggi semplicemente non esistono
Ecco dove le cose diventano davvero impressionanti. Per creare un’atmosfera respirabile su Marte bisognerebbe iniettare nel pianeta una massa di gas paragonabile a quella di Giano, una delle lune di Saturno. La quantità di ossigeno necessaria richiederebbe l’estrazione di circa sei metri cubi d’acqua per ogni singolo metro quadrato della superficie marziana. Marte possiede effettivamente riserve di ghiaccio sufficienti a coprire questo fabbisogno, sfruttando circa il 20% delle sue risorse idriche superficiali. Quindi almeno su quel fronte la materia prima non mancherebbe.
Il problema vero, quello che rende la terraformazione di Marte un traguardo lontanissimo, è l’energia. Per convertire tutta quell’acqua in ossigeno e riscaldare il pianeta servirebbe una potenza costante di circa 380 Terawatt mantenuta per almeno mille anni. Per dare un’idea concreta, si tratta di circa venti volte l’intero consumo energetico attuale della Terra. Tra le soluzioni teorizzate ci sono immensi specchi spaziali da 70 milioni di chilometri quadrati, pensati per concentrare la luce solare verso la superficie marziana. Tecnologie che oggi non esistono nemmeno sulla carta in forma realizzabile.
La paraterraformazione come alternativa concreta
Questo non vuol dire che l’esplorazione di Marte debba fermarsi, tutt’altro. Una strada più percorribile per le prossime generazioni potrebbe essere quella della paraterraformazione, un approccio che prevede la costruzione di serre regionali e cupole protette sulla superficie del pianeta. All’interno di queste strutture sarebbe possibile creare piccoli ecosistemi stabili, ambienti controllati dove far crescere vegetazione e mantenere condizioni vivibili senza dover modificare l’intero pianeta.