Quando qualcuno dice “da tempo immemorabile“, il pensiero corre subito a epoche lontanissime, magari alla preistoria o a qualche era geologica persa nei millenni. Eppure questa espressione, usata praticamente ovunque nel mondo, ha un’origine molto più precisa e recente di quanto si potrebbe immaginare. E soprattutto, ha una data esatta.
Già, perché il concetto di tempo immemorabile non nasce dalla filosofia, dalla letteratura o da qualche tradizione popolare antica. Nasce dalla legge. Più precisamente, dalla legislazione inglese, che a un certo punto della storia ha avuto bisogno di stabilire un confine temporale oltre il quale nessuno potesse più rivendicare diritti o contestare usanze consolidate.
Il meccanismo funzionava così: in Inghilterra, durante il Medioevo, le corti dovevano spesso decidere su questioni legate a proprietà terriere, diritti di passaggio, consuetudini locali. E la domanda ricorrente era sempre la stessa: da quanto tempo esiste questo diritto? Chi può dimostrare che le cose sono sempre andate in un certo modo? Serviva un punto fermo, una soglia oltre la quale non fosse più necessario fornire prove documentali.
Il 3 settembre 1189: la data che ha creato il mito
Ed ecco la risposta, tanto pragmatica quanto sorprendente. Lo Statute of Westminster del 1275, voluto da re Edoardo I, fissò quel limite al 3 settembre 1189. Questa data corrisponde all’inizio del regno di Riccardo I d’Inghilterra, noto anche come Riccardo Cuor di Leone. Tutto ciò che era accaduto prima di quel giorno veniva considerato, appunto, appartenente a un tempo immemorabile. Qualsiasi consuetudine o diritto che si potesse far risalire a prima di quella data non aveva bisogno di ulteriori giustificazioni legali: era valido e basta.
La scelta non fu casuale. Riccardo I rappresentava una sorta di punto di partenza simbolico per la memoria giuridica del regno, e il suo primo giorno di governo divenne la linea di demarcazione ufficiale. Tutto quello che stava “al di là” non richiedeva documentazione. Era semplicemente accettato come esistente da sempre.
Questa definizione giuridica, col passare dei secoli, ha trasceso il suo contesto originale. L’espressione tempo immemorabile ha smesso di essere un termine tecnico del diritto inglese ed è entrata nel linguaggio comune di mezzo mondo, perdendo completamente il legame con quella data specifica. Oggi la si usa con grande disinvoltura per indicare qualcosa di molto antico, senza che quasi nessuno sappia che dietro c’è un giorno preciso del calendario e una norma parlamentare del XIII secolo.
Un’espressione moderna che finge di essere antica
Il paradosso è evidente e piuttosto divertente. Un’espressione che evoca epoche remote, l’alba dei tempi, qualcosa di così lontano da essere irraggiungibile dalla memoria umana, in realtà punta a una data medievale tutt’altro che perduta nella notte dei tempi. Il 1189 non è esattamente la preistoria. Parliamo di poco più di ottocento anni fa, un periodo ampiamente documentato dagli storici.
Eppure il fascino dell’espressione tempo immemorabile sta proprio in questa vaghezza percepita. Chi la pronuncia non pensa a Riccardo Cuor di Leone né allo Statute of Westminster. Pensa a qualcosa di indefinito, nebuloso, antico oltre ogni possibilità di verifica. Ed è esattamente quello che i giuristi inglesi del Duecento volevano ottenere: creare una soglia oltre la quale smettere di fare domande.