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Tamirkhan balcarceli, il fossile che ribalta 40 anni di teorie

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Per quasi quarant’anni i paleontologi hanno creduto di sapere dove collocare un gruppo di piccoli mammiferi estinti, gli zhelestidi, e a quanto pare si sbagliavano. A rimettere tutto in discussione è un fossile straordinariamente completo scoperto nel deserto del Gobi, in Mongolia, appartenente a una nuova specie battezzata Tamirkhan balcarceli. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature da ricercatori dell’American Museum of Natural History, della Stony Brook University, della University of Arizona e della Arcadia University, dimostra che questi animali non erano affatto parenti stretti dei moderni mammiferi placentati. Facevano invece parte di un ramo evolutivo completamente diverso.

A trovare l’esemplare è stato Andres Giallombardo, autore principale della ricerca, durante una spedizione sostenuta dal museo nel 2004, quando era ancora uno studente di dottorato. “Questa scoperta mostra perché il lavoro sul campo resti indispensabile per capire la storia della vita”, ha spiegato. Per lui trovare una nuova specie conservata così bene, capace per giunta di risolvere un problema scientifico aperto da tanto tempo, è stata “l’emozione di una carriera”. Il Gobi, già noto per i suoi fossili, continua insomma a cambiare la scienza.

I denti che hanno portato fuori strada

Gli zhelestidi sono noti agli studiosi da quasi quattro decenni, eppure la maggior parte dei reperti consisteva in denti isolati o resti frammentari. Proprio la dentatura aveva colpito i ricercatori: era insolitamente specializzata per nutrirsi di piante, a differenza dei denti più aguzzi, adatti a mangiare insetti, tipici di molti mammiferi del Cretaceo. Da qui l’ipotesi che si trattasse di un gruppo sconosciuto di mammiferi ungulati. Il dibattito però era più ampio. Alcuni li consideravano placentati vissuti nel Cretaceo, quindi membri del grande insieme che oggi comprende l’uomo e gran parte dei mammiferi viventi. Altri pensavano a una linea separata che aveva sviluppato per conto proprio caratteristiche simili.

Gli studi basati sull’orologio molecolare avevano dato credito all’idea che i placentati fossero comparsi molto prima della fine del Cretaceo. Il nuovo fossile offre però una prova fisica che indica tutt’altra direzione. “I modelli molecolari basati sugli animali viventi possono prevedere il passato, ma sono i fossili a fornire le prove per verificare quelle previsioni”, ha osservato Paul Velazco, biologo comparato della Arcadia University e coautore dello studio.

Uno scheletro quasi intero e un’identità svelata

Rinvenuto nella parte orientale del Gobi, Tamirkhan è l’esemplare di zhelestide più completo mai trovato. Finalmente si può vedere com’erano davvero questi animali. I denti bassi e arrotondati sono quelli tipici del gruppo, ma accanto a questi compaiono lunghi incisivi a crescita continua e diverse caratteristiche del cranio proprie degli zalambdalestoidi, piccoli mammiferi insettivori simili ai toporagni. Anche gli arti raccontano la stessa storia. “Le zampe posteriori di Tamirkhan sono lunghe e sottili con caviglie particolari, tratti inconfondibilmente zalambdalestoidi”, ha spiegato Shawn Zack, paleontologo della University of Arizona.

Messi insieme, questi indizi hanno portato gli autori a una conclusione netta: gli zhelestidi non erano placentati né particolarmente somiglianti a loro, ma appartenevano agli zalambdalestoidi. Ne deriva anche che i mammiferi del Cretaceo potrebbero essere stati meno vari dal punto di vista anatomico di quanto lasciassero intuire i soli denti. Quella dentatura arrotondata, simile a quella di tanti erbivori, sarebbe con ogni probabilità un caso di evoluzione convergente, fenomeno per cui animali non imparentati sviluppano tratti simili adattandosi a stili di vita paragonabili.

Il limite dei denti e il valore del Gobi

Il caso ricorda quanto sia rischioso ricostruire una specie estinta partendo da una piccola parte dello scheletro. Maureen O’Leary, paleontologa della Stony Brook University e associata di ricerca del museo, ha ricordato che più di 200 anni fa il naturalista francese Georges Cuvier sosteneva che un solo dente bastasse a prevedere l’anatomia di un intero animale. I denti restano tra i fossili più informativi, ha precisato, ma questo lavoro dimostra che non sempre rivelano l’aspetto complessivo. Lungo circa 15 o 18 centimetri dalla testa alla coda, Tamirkhan aveva zampe posteriori molto allungate che gli davano un aspetto vagamente da coniglio. Non a caso gli zhelestidi vengono talvolta chiamati in modo informale “conigli del Cretaceo”, pur essendo solo lontani parenti di quelli moderni.

Insieme ad alcuni siti in Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, il Gobi è uno dei pochi luoghi in cui gli zhelestidi si sono conservati. “È uno dei pochissimi posti dove recuperiamo regolarmente mammiferi del Cretaceo così completi”, ha sottolineato Michael Novacek, curatore della divisione di paleontologia del museo, che dal 1990 guida spedizioni annuali nella regione insieme all’Accademia delle Scienze della Mongolia. Per collocare la nuova specie nell’albero genealogico dei mammiferi, il gruppo ha utilizzato MorphoBank, piattaforma pubblicata per la prima volta nel 2013 e arricchita per oltre un decennio con un numero crescente di specie fossili. Oggi rappresenta il quadro più completo mai costruito per analizzare le relazioni tra i primi mammiferi.

Fonte: TecnoAndroid

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