Taco è diventato il tormentone di Wall Street e non ha nulla a che fare con la cucina messicana. O meglio, non solo. L’acronimo sta per Trump always chickens out, che tradotto suona più o meno come “Trump fa sempre marcia indietro”, ed è stato coniato dal columnist del Financial Times Robert Armstrong. Da lì in poi ha avuto una diffusione tale da arrivare fino alla sala stampa della Casa Bianca. Qui una giornalista ha chiesto direttamente al presidente un commento sulla cosiddetta “Taco trade”. La risposta di Trump è stata secca. Ha definito la domanda “disgustosa”, ribadendo che le sue mosse non rappresentano affatto un arretramento ma una tattica negoziale sofisticata. Nel linguaggio del presidente, funziona così. Si lanciano minacce aggressive e poi si offrono concessioni ponderate. Nel linguaggio dei mercati, invece, si chiama semplicemente Taco.
E il bello è che il termine ha preso piede proprio perché descrive con una precisione quasi imbarazzante un comportamento ricorrente. Secondo un’analisi di Nbc News, i casi in cui Trump ha annunciato dazi severi per poi fare retromarcia sono talmente tanti da aver generato un pattern prevedibile, al punto che gli investitori hanno iniziato a costruirci sopra strategie specifiche. Un esempio su tutti riguarda l’Unione europea. Nel maggio 2025 Trump aveva minacciato una tariffa del 50% sui beni europei, salvo poi posticipare tutto al 9 luglio successivo dopo una telefonata con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Quella minaccia si è poi trasformata in un accordo al 15% dopo l’incontro ufficiale tra i due.
Dalle minacce all’Iran al “Trump Lego”: il Taco diventa anche propaganda
Lo schema si è ripetuto anche al di fuori dell’ambito strettamente commerciale, e con toni decisamente più pesanti. Dall’inizio della guerra, il 28 febbraio 2026, Trump ha lanciato più volte minacce all’Iran, arrivando a scrivere sul suo social Truth che “a whole civilization will die tonight”, riferendosi alla volontà di distruggere il popolo iraniano nel caso il regime degli ayatollah non avesse ripristinato la navigazione dello stretto di Hormuz. Una minaccia inimmaginabile, che per fortuna dell’intera umanità si è risolta con l’ennesimo passo indietro, accolto con sollievo da tutti gli schieramenti politici statunitensi, democratici compresi. A ultimatum scaduto, l’8 aprile 2026, l’account social Explosive Media ha pubblicato un video in stile Lego che mostra il “Trump Lego” protagonista di un nuovo Taco, con il presidente degli Stati Uniti che mangia una vera tortilla messicana in segno di sconfitta.
In ambito economico la dinamica è stata sempre la stessa, con una costanza impressionante. Annuncio di tariffe punitive, volatilità immediata sui mercati, e successivo ripensamento presidenziale nel giro di ore o giorni. Con Canada e Messico, Trump aveva imposto il 25% di tariffe per combattere il traffico di fentanyl, solo per sospenderle un giorno prima dell’entrata in vigore. Con la Cina le tariffe erano salite al 145% per poi scendere al 10% durante un periodo di negoziazione di 90 giorni. La strategia Taco ha toccato anche settori specifici come l’automotive e l’elettronica. Trump aveva annunciato tariffe del 25% sugli iPhone a meno che Apple non spostasse la produzione negli Stati Uniti, per poi vedere i suoi consiglieri ridimensionare la misura. Anche i giocattoli sono finiti nel mirino, con minacce di tariffe del 100% su Mattel poi ridimensionate.
Lo stop dei giudici e il ricorso immediato dell’amministrazione Trump
Proprio mentre l’acronimo Taco guadagnava popolarità, è arrivata una battuta d’arresto giudiziaria che ha complicato tutto il quadro. La Corte commerciale internazionale degli Stati Uniti ha stabilito che Trump avrebbe superato i suoi poteri costituzionali nell’imporre tariffe generalizzate. Hanno poi ritenuto che l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 non conferisca al presidente un’autorità illimitata in materia di dazi. I tre giudici, nominati rispettivamente da Obama, Reagan e dallo stesso Trump, hanno emesso un’ingiunzione permanente che blocca l’implementazione delle tariffe più ampie, incluse quelle del “Liberation Day” annunciate il 2 aprile.
La notizia ha provocato un rialzo di quasi il 2% sugli indici di Tokyo e Seoul. L’entusiasmo però si è smorzato rapidamente quando l’amministrazione Trump ha presentato ricorso e la Corte d’appello federale ha temporaneamente sospeso la decisione di primo grado. Le tariffe restano quindi in vigore almeno fino alla conclusione del procedimento, che potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema, lasciando aziende e investitori a fare i conti con un contesto di instabilità prolungata, piani industriali congelati e catene di fornitura in bilico.