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Sul fronte di minori e social l’Italia continua a muoversi a passo lento, con un pacchetto di norme che da mesi non riesce a uscire dalle commissioni parlamentari. Il quadro attuale resta quello di sempre: iscrizione autonoma alle piattaforme consentita dai 14 anni, consenso dei genitori per chi ha meno anni. Sulla carta funziona, nella pratica molto meno, perché la verifica si regge quasi solo sull’autocertificazione, cioè su una casella spuntata da chi si registra. E una casella, come è facile immaginare, non ha mai fermato nessun tredicenne. Il dibattito su regole più severe si è riaccelerato guardando a quello che accade altrove, con l’Australia come riferimento più citato. In Parlamento le proposte ci sono, sono anche diverse tra loro, ma il passaggio decisivo nelle aule delle Camere non arriva.
Il disegno di legge bipartisan e le proposte alternative
Il testo attorno a cui ruota tutto è il disegno di legge bipartisan firmato da Lavinia Mennuni di Fratelli d’Italia e Marianna Madia del Partito Democratico. L’idea di fondo è alzare a 15 anni la soglia per iscriversi da soli ai social, introdurre l’obbligo di sistemi di controllo parentale e prevedere tutele specifiche per i minori più esposti nella vita online.
C’è poi un aspetto meno discusso ma altrettanto concreto, quello dello smartphone come oggetto: l’uso del telefono e delle sue funzioni digitali dovrebbe seguire fasce d’età, con limitazioni sulle chiamate e sui messaggi e con il blocco di siti e servizi considerati pericolosi. Non un divieto secco quindi, ma aperture progressive, una specie di percorso graduale che accompagna la crescita.
Accanto a questo impianto si sono affiancate altre proposte. Mara Carfagna ha messo sul tavolo un divieto totale sotto i 13 anni, con restrizioni fino ai 16 e il no alla profilazione pubblicitaria dei ragazzi. Giorgia Latini della Lega punta invece più in alto, estendendo l’obbligo del consenso dei genitori fino alla maggiore età. Tre visioni diverse dello stesso problema, che convivono nello stesso stallo.
Il nodo dell’age verification e i poteri di Agcom
Un punto tutte le bozze lo condividono: il ruolo di vigilanza affidato ad Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, con poteri sanzionatori tutt’altro che simbolici. Nella proposta più severa si arriva a multe fino al 6% del fatturato annuo dei fornitori di servizi digitali, con l’ipotesi ulteriore di oscurare le piattaforme che non rispettano le regole. Numeri che, per le grandi aziende del settore, pesano.
Il vero freno però è tecnico e giuridico, e ha un nome preciso: age verification. Verificare davvero l’età di chi si iscrive significa collegare la registrazione a strumenti di identità digitale, e qui le ipotesi sul tavolo sono It Wallet, Spid oppure la carta d’identità elettronica. Sembra la soluzione più ovvia, in realtà apre una questione delicata, perché tutto deve restare pienamente conforme al regolamento europeo sulla protezione dei dati personali. Tradotto: nessuna forma di tracciamento diffuso, nessuna sorveglianza mascherata da tutela.
Sono gli stessi nodi che hanno già rallentato i filtri per i contenuti per adulti, un precedente che spiega bene perché l’iter non si sblocchi. Nel frattempo la normativa in vigore resta quella che tutti conoscono, con i suoi 14 anni e la sua autocertificazione, mentre le proposte su minori e social continuano ad aspettare il momento in cui approderanno all’esame definitivo delle Camere.










