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Per Apple la migliore intelligenza artificiale è quella che passa inosservata e lavora sotto traccia senza chiedere attenzione. È questa la filosofia che guida Siri AI, il nuovo assistente di Cupertino, anche se in Europa per ora resta un oggetto misterioso. John Ternus, uno dei dirigenti dell’azienda, l’ha spiegato in un’intervista senza troppi giri di parole. Quando la tecnologia è integrata nel modo giusto le persone non hanno nemmeno bisogno di sapere che c’è. Quello che conta è riuscire a fare con semplicità qualcosa che prima era impossibile. E così, mentre il resto del settore mette in vetrina l’AI con grande clamore, Apple preferisce tenere le luci spente.
Come cambia Siri con l’intelligenza artificiale invisibile
L’obiettivo è ambizioso. Il vecchio assistente vocale, finora un po’ duro d’orecchi e spesso distratto, deve diventare un vero compagno digitale. Siri AI dovrà saper recuperare un’informazione nascosta tra mail e messaggi, capire cosa compare sullo schermo e muoversi all’interno delle app senza bisogno di ricevere spiegazioni ogni volta da capo.
Per arrivarci Apple combina due elementi. Da una parte ci sono i modelli che girano direttamente sul dispositivo, dall’altra l’infrastruttura Private Cloud Compute, che interviene quando i calcoli diventano troppo impegnativi per il telefono. Completano il quadro l’indice locale di Spotlight e gli strumenti messi a disposizione dalle singole app, utili a pescare i dati giusti al momento giusto.
Ternus insiste soprattutto sulla riservatezza. La privacy, assicura, fa parte del progetto fin dal primo giorno e nemmeno Apple può sbirciare tra i dati personali elaborati dalla sua architettura protetta. Le informazioni appartengono agli utenti, ripete. Va però precisato un punto importante perché nessuno parla di un’AI completamente locale. La promessa riguarda piuttosto un trattamento dei dati studiato per rimanere riservato anche quando transita dal cloud.
Una bandiera che ormai sventolano in tanti
Il tema della protezione dei dati, del resto, non è più un’esclusiva di Cupertino. Google consente già a Gemini, previo consenso dell’utente, di incrociare le informazioni provenienti da Gmail e Google Foto per offrire risposte personalizzate, e sta lavorando a proprie tecnologie di calcolo riservato nel cloud. Samsung scommette su Galaxy AI, con elaborazioni eseguite sullo smartphone e la tutela di Knox. Xiaomi segue una strada simile costruita attorno a HyperOS. Integrare l’intelligenza artificiale nel sistema operativo e giurare di proteggere le informazioni è diventato il ritornello comune dell’intero comparto.
C’è poi la questione dei tempi. La Siri personalizzata era stata presentata a giugno 2024, ma sono serviti più di due anni per vederla davvero in azione. Il debutto è arrivato solo a settembre, in versione beta e limitato agli Stati Uniti. E con un aiuto piuttosto inaspettato, visto che i nuovi modelli sono nati in collaborazione con Google e si appoggiano in particolare alle tecnologie di Gemini. Un’alleanza che racconta parecchio sulla fatica del colosso californiano nel tenere il passo dei concorrenti, nonostante un controllo quasi maniacale su hardware e software.
L’Europa rimane a guardare
Per chi vive nell’Unione europea il quadro si fa ancora più surreale. Alcune funzioni di Apple Intelligence sono disponibili, ma Siri AI su iPhone, iPad e Apple Watch semplicemente non esiste. La visione di un’AI discreta, personale e attenta alla riservatezza finisce così per essere invisibile nel senso più letterale del termine per chi usa uno smartphone della Mela nel Vecchio Continente. Gli unici a poter sfruttare il nuovo assistente sono i possessori di Mac e Vision Pro compatibili, e per di più soltanto in lingua inglese.
Fonte: TecnoAndroid


