Robot umanoidi? Più che una promessa concreta, per ora restano in buona parte un’idea da copertina, una di quelle suggestioni che la fantascienza ci ha messo in testa decenni fa. A pensarla così è Jeffrey Schnapp, storico, umanista e pioniere delle digital humanities, professore all’Università di Harvard dove dirige il metaLAB, oltre che cofondatore e Chief Visionary Officer di Piaggio Fast Forward. Lo abbiamo incontrato alla diciottesima edizione dei Dialoghi di Pistoia, il festival di antropologia del contemporaneo che quest’anno ha messo al centro i “corpi in divenire”, e con lui abbiamo provato a separare le prospettive scientifiche reali dalle iperboli del marketing e della narrativa.
Il punto di partenza, va detto, non è banale. Da Asimov in poi ci siamo abituati all’idea di automi sempre più simili a noi, capaci di camminare, sollevare pesi, capire il linguaggio, riconoscere i gesti. Negli ultimi anni la cosa ha smesso di essere fantascienza pura ed è diventata terreno di ricerca. Ma la domanda che Schnapp si pone è semplice: è davvero quella la strada?
L’antropologia della velocità nell’era digitale
Nei suoi lavori, Schnapp ha riletto il rapporto tra biologia e tecnologia attraverso una lente precisa, quella del movimento. Nel saggio “Storia rapida della velocità” (Il Saggiatore, 2025) ripercorre quella che chiama antropologia della velocità, un filo che collega le prime migrazioni umane nelle savane africane all’arrivo dell’intelligenza artificiale. “La nostra specie ha sempre percepito che ciò che si muove a velocità superiore a quella programmata per il nostro corpo, legata al ritmo del camminare e al fatto di essere bipedi, sia collegata a stati di alterazione, stati più che umani”, ci ha spiegato.
Per millenni l’equazione è stata semplice: più movimento uguale più vita. Poi qualcosa si è incrinato. Con la deindustrializzazione e l’esplosione dell’economia digitale, racconta Schnapp, è arrivato una sorta di sorpasso. “Le nostre menti vengono sollecitate sempre più a muoversi, mentre i nostri corpi tendono a fermarsi”. Il corpo confinato davanti a uno schermo, le facoltà intellettive che si allungano grazie alla potenza di calcolo delle macchine. Una scissione inedita, mai vista prima.
Tradurre l’intuito in algoritmi
Qui entra in gioco una delle specializzazioni di Schnapp, il physical computing, cioè lo studio dei sistemi capaci di percepire e rispondere al mondo fisico. E qui le cose si complicano parecchio. Insegnare a una macchina a muoversi come un bipede si scontra con limiti difficili da aggirare. “Il grado di complessità è molto elevato, e ogni azienda che sviluppa robot umanoidi lo sa bene”, dice. In un laboratorio iper controllato programmare una camminata è relativamente facile. Attraversare una piazza affollata è tutta un’altra storia: variabili e imprevisti da gestire in simultanea.
Di solito si parte dal motion capture, che analizza i micromovimenti dell’equilibrio umano. Ma i dati di accelerometri e sensori, da soli, non bastano. “I numeri devono essere inseriti in un’architettura che dà la priorità a certi dati rispetto ad altri”, spiega. In pratica, bisogna programmare quello che lui chiama intuito: una forma di intelligenza selettiva, capace di attivare un piano B in frazioni di secondo davanti all’imprevisto. Esattamente come fanno i software per la guida autonoma, che devono decidere all’istante cosa ignorare e su cosa concentrarsi.
L’illusione dell’umanoide e l’efficienza della ruota
C’è poi un’altra obiezione, forse la più radicale: dove sta scritto che un robot debba spostarsi su due gambe? Camminare su due piedi è solo una delle tante soluzioni che l’evoluzione ha trovato. “Sono convinto che, per quanto sia straordinario l’atto di camminare proprio dei bipedi, non sia affatto il form factor che definisce la migliore soluzione nella robotica”, continua. La risposta, come spesso accade, è dipende. E in moltissimi casi vincono soluzioni antichissime. “La ruota è un’invenzione geniale che affronta la grande maggioranza delle applicazioni nel mondo reale, dove l’intelligenza di un veicolo autonomo o semi autonomo funziona in modo molto più affidabile e stabile di una versione bipede”.
E i video virali di androidi che lavorano alla catena di montaggio? Marketing, poco più. “Smistare pacchi su un nastro trasportatore con un corpo umanoide non ha alcun senso pratico se la stessa operazione può essere svolta da un semplice braccio meccanico con sensori ottici, che la fa più velocemente e con tecnologia semplicissima, robusta e ampiamente confermata”. Del resto, ricorda Schnapp, il sogno di automi che sostituiscono l’uomo ha una storia di millenni e ha prodotto soprattutto giocattoli.
Dai robot ai cobot
Quale sarà allora la traiettoria reale della robotica avanzata? L’errore di chi progetta umanoidi, secondo Schnapp, sta nell’inseguire una tecnologia universale, l’equivalente hardware dell’Agi, l’intelligenza artificiale generalista capace di eccellere in ogni campo. “Se i modelli generalisti possono impressionare nei chatbot, quando si passa alle esigenze economiche del mondo reale la robotica sarà sempre un’area di sviluppo di strumenti specifici, basata sull’iper specializzazione”. L’esempio che porta è il sistema chirurgico Da Vinci: niente di umanoide, più braccia, progettato non per sostituire il chirurgo ma per estenderne la precisione millimetrica. Sono i cobot, i robot collaborativi, macchine in dialogo costante con l’operatore umano. Forse meno affascinanti degli androidi, ma senza dubbio più utili.