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I robot aspirapolvere promettono pavimenti puliti senza fatica, ma portano con sé una questione che molti sottovalutano. Si tratta della privacy. A seconda del modello, questi piccoli dispositivi possono generare mappe della casa, archiviare la cronologia delle pulizie, inquadrare qualcuno mentre va in bagno o addirittura registrare conversazioni private. I modelli di fascia alta, quelli più ricchi di funzioni, hanno diversi modi per elaborare ciò che succede tra le mura domestiche. Alcuni integrano microfoni o la visione video da remoto e finiscono per comportarsi come piccoli droni rotondi che scivolano rasoterra su ruote a 360 gradi. Quante informazioni raccolgano e dove vadano a finire cambia da prodotto a prodotto.
Poi c’è il nodo della connessione cloud. Gli aspirapolvere robot che permettono di controllare l’avanzamento della pulizia quando si è fuori casa spesso comunicano passando dai server del produttore. Del resto le aziende hanno tutto l’interesse a sapere che in cucina c’è un frigorifero Samsung, che si ordina spesso su DoorDash o che qualcuno ha dimenticato la biancheria sporca sul pavimento. Una mappa o un video sono strumenti comodi, certo, ma possono rivelare dettagli che nessuno vorrebbe condividere con perfetti sconosciuti.
Va detto con chiarezza che non tutti i dispositivi connessi registrano di nascosto ogni cosa né vendono le planimetrie delle abitazioni su eBay. Il punto vero è un altro e riguarda la distinzione netta tra raccolta dei dati e tutela della riservatezza. Le aziende amano nascondere le informazioni importanti in lunghi blocchi di testo legale scritti in caratteri quasi microscopici. Eppure chi acquista ha il diritto di sapere cosa viene condiviso, quando e per quale motivo.
Il caso DJI Romo e i rischi tutt’altro che teorici
A innescare una recente polemica è stato Sammy Azdoufal. Mentre cercava di comandare a distanza il suo DJI Romo, si è ritrovato per errore al comando di circa 7.000 robot aspirapolvere sparsi in tutto il mondo. Poteva controllarli e accedervi tutti, non soltanto il proprio.
Secondo DJI, il problema di permessi sul backend in cui Azdoufal era inciampato è stato risolto con due aggiornamenti rilasciati il 10 febbraio 2026. Si trattava di una falla specifica. Il server riconosceva un cliente legittimo ma non riusciva a limitarne l’accesso al solo dispositivo di sua proprietà. Per analizzare le comunicazioni Azdoufal si era aiutato con Claude Code, però l’intelligenza artificiale non ha colpe nella debolezza di fondo. L’errore stava nei controlli di sicurezza, e nessuna password complessa avrebbe potuto porvi rimedio. Quella vicenda è solo una tra tante. Le violazioni informatiche non esauriscono infatti le preoccupazioni legate alla riservatezza. Un aspirapolvere robot appena acquistato può inviare informazioni al produttore durante la normale routine quotidiana. Parliamo dell’attività di pulizia, dello stato del dispositivo, delle mappe dei pavimenti e degli oggetti rilevati lungo il percorso.
Come scegliere un modello più attento alla privacy
Un vincitore chiaro e riconosciuto ancora non esiste. Un robot aspirapolvere rispettoso della privacy dovrebbe almeno ridurre al minimo i dati che escono dall’abitazione. Le funzioni cloud obbligatorie dovrebbero essere un motivo sufficiente per scartare un prodotto, e conviene cercare dettagli su come vengono condivisi i dati diagnostici. Un modello senza fotocamera evita almeno quel livello di esposizione, anche se può comunque creare mappe e trasmettere le informazioni dell’account. Bisogna ricordare che l’assenza di una telecamera non equivale all’assenza di raccolta dati.
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Per chi ha già un robot in casa le precauzioni di base sono semplici. Serve una password robusta, va attivata l’autenticazione a due fattori e il firmware deve restare sempre aggiornato. Se la visione da remoto o altre funzioni connesse destano qualche dubbio, la scelta più prudente è disattivarle, a meno che non siano davvero necessarie.
Fonte: TecnoAndroid


