Vai al contenuto
Offerte

Vulcano Masaya, scoperti due serbatoi di magma nascosti

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Sotto il vulcano Masaya, in Nicaragua, si muove un sistema di magma molto più intricato di quanto si immaginasse finora. Un gruppo di ricercatori della Penn State ha individuato due serbatoi magmatici mai riconosciuti prima sotto questo vulcano attivo, famoso per il suo lago di lava incandescente. La scoperta conta parecchio perché circa 2 milioni di persone vivono entro una ventina di chilometri dal cratere, in una zona che richiama anche molti turisti. Capire cosa accade nel sottosuolo potrebbe aiutare gli scienziati a cogliere per tempo i segnali di future eruzioni e a proteggere meglio le comunità vicine.

Lo studio, pubblicato su Geophysical Research Letters, si basa su sei anni di osservazioni satellitari. Una parte del vulcano prima si è abbassata e poi ha cominciato a sollevarsi, forse per l’arrivo di magma fresco in un serbatoio profondo. Il terreno attorno al cratere Santiago, quello che ospita il lago di lava, ha invece continuato a sprofondare, come se un secondo serbatoio più superficiale seguisse logiche tutte sue. Secondo l’autrice principale Lizzie Johnson, laureata in geoscienze alla Penn State lo scorso maggio, queste osservazioni aiutano a capire come si sposta il magma sotto il Masaya e potrebbero migliorare il monitoraggio e la previsione delle eruzioni.

Un vulcano tenuto d’occhio da vicino

Il Masaya sorge non lontano da Managua, la capitale del Nicaragua, ed è un vulcano geologicamente complesso, con diversi crateri e caldere sovrapposti. Le caldere sono grandi depressioni che di solito si formano quando il terreno collassa dopo che il magma è stato svuotato da una camera sotterranea. Nonostante anni di studi, il percorso del magma tra serbatoi e condotti resta poco chiaro, anche perché questi sistemi cambiano nel tempo.

Johnson ricorda che la caldera è un parco nazionale molto frequentato e che, sebbene l’ultima grande colata di lava risalga al 1772, il vulcano rilascia di continuo gas con concentrazioni a volte pericolose di anidride solforosa. Questo gas viene liberato quando il magma si avvicina alla superficie o vi resta vicino, e anche senza un’eruzione vera e propria può creare condizioni rischiose per visitatori e residenti. Young Cheol Kim, che ha da poco concluso il dottorato in geoscienze alla Penn State, spiega che un controllo costante permette di conoscere l’attività di base e di notare eventuali cambiamenti, così da poter avvisare la popolazione in modo tempestivo se dovesse servire.

Cosa hanno visto i satelliti tra il 2018 e il 2024

I ricercatori hanno analizzato i dati del satellite Sentinel 1, che sorvola il vulcano più o meno ogni 12 giorni, usando una tecnica chiamata InSAR, ossia radar interferometrico ad apertura sintetica. Il radar invia segnali a microonde verso la superficie e riesce a lavorare anche con il cielo coperto, mentre l’interferometria confronta i segnali di ritorno per misurare variazioni minime della distanza tra satellite e suolo. Un vantaggio enorme nelle zone tropicali come quella del Masaya, dove le nuvole sono frequenti, come sottolinea lo stesso Kim.

Nella prima fase dello studio il terreno all’interno della caldera è sceso lentamente, poi la stessa area ha iniziato a risalire. Quando il magma defluisce da un serbatoio il suolo sovrastante tende ad abbassarsi, quando ne arriva di nuovo e la pressione cresce la superficie si solleva. La sorpresa più grande è arrivata dal cratere Santiago, che per tutti e sei gli anni ha continuato a sgonfiarsi indipendentemente da quanto accadeva nel serbatoio principale. Per Johnson questo indica un sistema di alimentazione più complesso, forse dovuto al calo del magma in un secondo serbatoio meno profondo. In pratica una sorgente profonda starebbe rifornendo il serbatoio principale mentre quello vicino al Santiago perde materiale, e ciò spiegherebbe perché parti dello stesso vulcano si muovono in direzioni opposte.

Gli studiosi precisano che non è emerso alcun pericolo immediato per le comunità della zona. Ulteriori studi geodetici e modelli di lungo periodo, secondo Johnson, potranno rendere più efficace la sorveglianza del Masaya e di altri vulcani basaltici con laghi di lava persistenti. La giovane ricercatrice ha svolto il lavoro come tesi per lo Schreyer’s Honors College, dopo aver assistito a una presentazione della professoressa Christelle Wauthier, e ora sta iniziando un dottorato all’Università delle Hawaii a Manoa, dove studierà il Kilauea attraverso le onde sismiche. La ricerca è stata sostenuta dalla National Science Foundation statunitense e dalle risorse di calcolo dell’Institute for Computational and Data Sciences della Penn State.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
21 Condivisioni