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Renault trasforma stabilimenti in fabbriche di droni

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Vedere il logo della Losanga accanto a un drone militare fa un certo effetto, inutile negarlo. Eppure, se smettiamo di pensare a Renault solo come al marchio della Clio o della Captur parcheggiata sotto casa, l’accordo con Turgis Gaillard per la produzione di droni a lungo raggio assume una logica industriale quasi spietata. Non è il capriccio di un designer annoiato, ma il segno dei tempi che corrono, dove la distinzione tra quello che serve per andare a fare la spesa e quello che serve per monitorare un confine si sta assottigliando sempre di più.

Renault lascia le strade e punta sui cieli

Questi nuovi velivoli senza pilota non sono stati progettati per sfilare ai saloni dell’aeronautica, ma per rispondere a una necessità molto concreta della difesa francese: avere strumenti efficaci, pronti subito e, soprattutto, producibili in serie a costi che non facciano svenire i contabili del Ministero. Il paragone che molti analisti fanno con i droni Shahed, purtroppo celebri nelle cronache di guerra attuali, non riguarda la filosofia politica, ma quella costruttiva. Si cerca un oggetto essenziale, quasi rustico nella sua efficienza, che possa essere sfornato dalle catene di montaggio con la stessa cadenza con cui si produce un motore termico. Ed è esattamente qui che entra in gioco Renault. La Direzione generale degli armamenti francese non ha cercato l’azienda per la sua esperienza balistica, ma per la sua maestria nella gestione della supply chain e della produzione di massa. Quando si parla di un contratto che potrebbe toccare il miliardo di euro in un decennio, si capisce che la posta in gioco è altissima. Gli stabilimenti di Le Mans e Cléon, storicamente legati alla meccanica tradizionale, si stanno preparando a sfornare ali e motori per droni con un’apertura alare di dieci metri. È una riconversione che profuma di pragmatismo puro: se sai costruire migliaia di componenti identici e affidabili ogni giorno, sai fare anche un drone.

Il pragmatismo industriale dietro l’accordo Renault

Il piano industriale è di quelli che tolgono il fiato, con l’obiettivo di arrivare a produrre circa seicento unità al mese entro il primo anno. È una cifra enorme, che trasforma il concetto di difesa in qualcosa di molto simile alla produzione di elettrodomestici o, appunto, di automobili. Fabrice Cambolive lo ha ammesso senza troppi giri di parole: il governo ha chiamato perché serviva la loro capacità di standardizzare i processi. Del resto, l’invito di Macron a passare a un’economia di guerra non era un’iperbole retorica, ma una richiesta d’aiuto al tessuto industriale nazionale. Certo, Renault ci tiene a ribadire che la sua anima resta legata alle quattro ruote, quasi a voler rassicurare chi teme una deriva bellica del marchio. Ma la verità è che in un mondo dove la sicurezza nazionale è tornata a essere una priorità assoluta, le competenze tecniche non hanno colore o etichetta. Questo accordo non è solo una mossa finanziaria furba per diversificare le entrate in un momento di transizione elettrica complicata; è la dimostrazione che oggi, per difendere un Paese, servono meno artigiani del lusso bellico e molti più ingegneri della catena di montaggio.

Fonte: TecnoAndroid

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