Prometheus è il nome della nuova scommessa di Jeff Bezos, una startup che punta a creare quello che potremmo chiamare un “ingegnere generale artificiale”. L’idea è semplice da raccontare e complicatissima da realizzare: uno strumento basato sull’intelligenza artificiale capace di accelerare la progettazione e la produzione di oggetti complessi. Computer, automobili, razzi, motori a reazione, prodotti industriali di ogni tipo. A guidare il progetto, insieme a Bezos, c’è Vik Bajaj, uno scienziato con un passato dentro Google X, Verily e Foresite Labs. Tre esperienze che lo collocano in un punto preciso, dove ricerca avanzata, scienze della vita e startup costruite attorno a dati e algoritmi si incontrano.
Cosa vuole fare davvero Prometheus
L’ambizione dichiarata è portare nella progettazione industriale alcune delle tecniche che hanno reso possibili i modelli generativi, quelli che oggi conosciamo per chatbot e immagini su richiesta. Solo che qui il terreno è completamente diverso. Niente testi da scrivere, niente illustrazioni da inventare. L’obiettivo è costruire strumenti che affianchino ingegneri e aziende nel design, nelle simulazioni e nella produzione vera e propria. Tutti passaggi dove i tempi restano lunghissimi e dove, almeno secondo i fondatori, gli strumenti di lavoro non sarebbero cambiati granché negli ultimi decenni.
I numeri, intanto, parlano già una lingua fuori scala. Si parla di oltre 12 miliardi di dollari di finanziamenti, pari a circa 11 miliardi di euro, e di una valutazione attorno ai 29 miliardi di dollari, ovvero più o meno 27 miliardi di euro. In organico ci sarebbero già circa 150 dipendenti. Non finisce qui: Bezos e Bajaj starebbero discutendo la raccolta di altri 100 miliardi di dollari, vicini ai 93 miliardi di euro, destinati a un fondo d’investimento controllato dalla stessa startup. Un fondo che potrebbe finanziare aziende capaci di usare gli strumenti sviluppati da Prometheus, o addirittura acquisirle. Sui dettagli tecnici, però, per ora bocche cucite.
Dai motori a reazione a Blue Origin
Il cuore dell’idea è uno solo: ridurre il tempo che separa un’intuizione dal prodotto finito. Bezos lo racconta come un tentativo di accelerare il ciclo dell’invenzione. Nella sua visione, la ricchezza prodotta dalle società è sempre nata dalla capacità di costruire nuovi strumenti, dal primo aratro fino alla macchina a vapore. Prometheus vorrebbe inserirsi proprio in quel punto, rendendo più veloce il lavoro degli ingegneri.
L’esempio più chiaro arriva dai motori a reazione, oggetti che oggi possono richiedere anche un decennio tra progettazione e produzione. Bajaj spiega che creare qualcosa del genere significa coordinare il lavoro creativo di centinaia o migliaia di persone, alle prese con forze, campi e variabili multidimensionali che cambiano nel tempo. Non basta scrivere formule o istruzioni: servono modelli capaci di muoversi su dati fisici, simulazioni e processi industriali reali.
E qui spunta un collegamento piuttosto naturale con un’altra creatura di Bezos, vale a dire Blue Origin. David Limp, ex dirigente Amazon e oggi alla guida dell’azienda spaziale, siede nel consiglio di amministrazione della nuova startup. Lo stesso Bezos ha indicato Blue Origin come l’esempio perfetto di società che potrebbe beneficiare di questi strumenti, soprattutto nella progettazione di componenti delicati come i motori dei razzi.
Sul piano tecnico, però, Prometheus resta avvolta nella nebbia. Né Bezos né Bajaj hanno spiegato come funzioneranno questi strumenti, né quali risultati siano già stati ottenuti. Il quadro è quello di un progetto ambizioso, ricchissimo di capitali, ma ancora più legato a una visione che a dimostrazioni concrete. Del resto lo stesso Bezos lo ha ammesso senza troppi giri di parole: serviranno “molti anni di lavoro duro” prima di vedere l’idea pienamente realizzata.