Vai al contenuto
Offerte

PNRR, dopo i fondi la PA deve pagare cloud e manutenzione

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Con il PNRR ormai alle battute finali, la pubblica amministrazione italiana si ritrova davanti a un conto che durante la stagione dei bandi era rimasto un po’ sullo sfondo. I fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza hanno sostenuto una modernizzazione straordinaria degli uffici pubblici, con piattaforme rinnovate e servizi spostati in rete. Una parte dei costi però non si chiude insieme ai finanziamenti europei. Al contrario comincia a farsi sentire proprio adesso.

La questione è facile da raccontare e decisamente più complicata da gestire. I canoni cloud, la manutenzione evolutiva, la sicurezza e gli aggiornamenti dei sistemi non sono spese che si affrontano una volta sola. Continueranno a pesare sui bilanci degli enti anche quando le risorse del Piano saranno esaurite e andranno coperti con la spesa corrente, quindi con il denaro ordinario che ogni amministrazione deve far quadrare anno dopo anno insieme a tutte le altre voci.

Dai fondi straordinari ai bilanci di tutti i giorni

Il meccanismo merita qualche parola in più perché è lì che si nasconde il vero nodo. Un investimento finanziato dal PNRR ha una natura eccezionale, arriva in un momento preciso e serve a realizzare qualcosa di nuovo. Le tecnologie introdotte grazie a quelle risorse invece hanno bisogno di cure costanti per restare in piedi. Un servizio ospitato sul cloud si paga attraverso canoni periodici finché viene utilizzato e non esiste un punto in cui il pagamento si considera concluso una volta per tutte. Lo stesso discorso vale per la manutenzione evolutiva, cioè quel lavoro continuo che permette a un software di adattarsi a nuove norme, a nuove esigenze degli utenti e a cambiamenti nell’organizzazione degli uffici. Senza questi interventi anche una piattaforma appena realizzata invecchia in fretta. C’è poi il capitolo della protezione dei dati e dei sistemi, che per definizione non può fermarsi mai e richiede attenzione e aggiornamenti regolari. Tutte queste voci si spostano dal binario dei fondi straordinari a quello dei costi ricorrenti, che è molto più stretto. Per gli enti questo significa ripensare il modo in cui guardano alla digitalizzazione. Quello che fino a ieri sembrava un progetto concluso, con il suo collaudo e la sua inaugurazione, diventa a tutti gli effetti un impegno di lungo periodo da inserire stabilmente nella programmazione economica dell’amministrazione.

Il pericolo di un nuovo debito tecnico

Il timore principale ha un nome preciso, debito tecnico. Con questa espressione si indica l’accumulo di interventi rimandati, aggiornamenti saltati e soluzioni lasciate a metà che con il passare del tempo rendono un sistema sempre più fragile e sempre più costoso da rimettere in sesto. È un fenomeno che la macchina pubblica conosce bene, perché per anni molti uffici hanno lavorato con strumenti superati che nessuno aveva le risorse per sostituire.

Il PNRR aveva offerto l’occasione di voltare pagina e in parte lo ha fatto davvero. Il paradosso è che, una volta esaurite le risorse eccezionali, il debito tecnico rischia di tornare ad accumularsi proprio sulle piattaforme appena rinnovate. Se i bilanci ordinari non riusciranno a sostenere canoni, manutenzione e aggiornamenti, i sistemi nati con il Piano potrebbero ritrovarsi nella stessa condizione di quelli che dovevano rimpiazzare. Il vero conto della trasformazione digitale per la pubblica amministrazione arriva quindi adesso, nel passaggio dalla fase degli investimenti a quella della gestione quotidiana. Ed è un conto che ricade interamente sulla spesa corrente degli enti.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
94 Condivisioni