Piracy Shield finisce di nuovo sotto esame, e questa volta a sollevare dubbi non è un detrattore qualunque del sistema antipirateria, ma una voce interna all’AGCOM. La commissaria Elisa Giomi, unica del collegio ad aver votato contro l’impianto della piattaforma e contro la sanzione da 14 milioni a Cloudflare, ha messo nero su bianco una contestazione pubblica ai numeri ufficiali. E la sua tesi è semplice da riassumere: quei dati non tornano.
Tutto parte dopo gli Stati generali della lotta alla pirateria organizzati dalla FAPAV a Roma. Il presidente dell’autorità, Giacomo Lasorella, aveva parlato di un tasso di errore bassissimo, lo 0,0057% su 122.481 segnalazioni totali. Tradotto in pratica, parliamo di circa 7 blocchi sbagliati in tutto. Un numero che, se fosse reale, racconterebbe di una macchina quasi perfetta. Solo che la documentazione disponibile racconta una storia diversa.
Lo studio dell’Università di Twente
A sostegno della sua posizione Giomi tira fuori una ricerca indipendente dell’Università di Twente, presentata alla conferenza CNSM 2025. È la prima volta che qualcuno analizza l’attività di blocco di Piracy Shield partendo da dati reali e non da slide mostrate a un convegno. Il periodo preso in esame va dal 2 febbraio 2024 al 4 giugno 2025, quindi un arco di tempo decisamente ampio.
I risultati, va detto, sono lontanissimi da quel rassicurante 0,0057%. Lo studio ha individuato 7.114 FQDN colpiti del tutto o in parte da blocchi collaterali, e ben 510 siti confermati come legittimi, senza alcun legame con lo streaming illegale. La durata media del disservizio per i domini coinvolti è stata di 320 giorni. Quasi un anno di irraggiungibilità. E qui arriva la parte che fa più impressione. Tra i casi finiti nella rete ci sono hotel, studi professionali, persino il sito di un meccanico e una clinica missionaria di telemedicina. Tutti resi inaccessibili dall’Italia per via di blocchi IP indiscriminati su infrastrutture condivise. Niente a che vedere con il pezzotto, insomma.
Il nodo dell’efficacia reale
C’è poi un secondo punto sollevato dalla commissaria, e riguarda quanto il sistema funzioni davvero. Se gli abbonati al cosiddetto pezzotto sono 3,3 milioni, come stima la ricerca FAPAV-Ipsos, e i blocchi complessivi si fermano a 122.481, allora la piattaforma avrebbe intercettato appena il 3,7% dell’utenza pirata. Una fetta piccola, a fronte di costi operativi che ricadono per intero sugli ISP, senza alcun meccanismo di ripartizione delle spese. Messi insieme, questi numeri disegnano un quadro poco lusinghiero. Uno strumento che, nello scenario più ottimistico, produce più danni collaterali che risultati concreti contro chi diffonde contenuti illegali. E un’efficacia raccontata con metriche che, davanti ai dati raccolti sul campo, faticano parecchio a reggere il confronto con la realtà documentata da Giomi.