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Un vecchio smartphone Android può diventare il cervello di un robot umanoide. Sembra una provocazione, invece è il cuore di PhoneBot, un progetto di ricerca nato alla UCLA che prova a ridare uno scopo a quei telefoni che oggi riposano in fondo a un cassetto. L’idea di partenza è semplice quanto spiazzante. Si prende un dispositivo ormai messo da parte, gli si attacca un paio di gambe e gli si insegna a camminare. E il risultato, per quanto possa sembrare strano, funziona davvero.
Per molti il destino di un telefono datato è sempre stato lo stesso. Finisce nel mucchio delle cianfrusaglie, magari accanto a qualche caricabatterie di cui nessuno ricorda più l’origine, e lì resta per anni senza che nessuno lo riaccenda. Con questo progetto di robotica le cose potrebbero cambiare, perché anche i modelli che oggi prendono polvere avrebbero la possibilità di tornare utili in un modo del tutto inatteso.
Come funziona PhoneBot, il robot che cammina grazie a un telefono
Il dettaglio più sorprendente di PhoneBot è proprio la sua concretezza. Non si tratta di un prototipo che resta fermo su un tavolo da laboratorio, ma di una macchina capace di muoversi in autonomia. Il robot cammina, è in grado di riconoscere le persone e riesce perfino a rialzarsi da solo quando cade. Tre abilità che, messe insieme, raccontano bene quanto lavoro ci sia dietro un progetto che a prima vista potrebbe sembrare quasi uno scherzo.
Il protagonista assoluto resta comunque il telefono Android, che qui smette di essere un semplice oggetto per chiamate e messaggi e si trasforma nel centro di controllo dell’intero sistema. Tutto ciò che il robot fa passa da lì, dal dispositivo che in un’altra vita sarebbe stato dimenticato o, peggio ancora, buttato via. Ed è proprio questa scelta a rendere il progetto interessante anche per chi di robotica non si occupa per mestiere.
Perché usare uno smartphone come cervello di un robot umanoide
La domanda viene spontanea. Che senso ha costruire un robot umanoide attorno a un telefono? La risposta sta tutta in una questione molto pratica, quella dei costi di sviluppo. Spesso si tende a dimenticare quanto pesino sul bilancio di un progetto componenti come processori, telecamere, sensori e sistemi di controllo. Sono elementi indispensabili per dare vita a una macchina che deve vedere, orientarsi e muoversi, ma progettarli o acquistarli da zero può far lievitare la spesa in maniera considerevole.
Qui entra in gioco l’intuizione alla base di PhoneBot. Buona parte di queste tecnologie è già presente in qualsiasi smartphone moderno, e non solo in quelli appena usciti. Anche i dispositivi di diversi anni fa integrano un processore, una fotocamera e una serie di sensori che, in un contesto diverso, possono svolgere un ruolo chiave. In pratica il telefono porta con sé un pacchetto di componenti già pronti, testati e compatti, che altrimenti andrebbero cercati e assemblati separatamente.
Da questo punto di vista il ragionamento dei ricercatori della UCLA appare tutt’altro che bizzarro. Invece di partire da zero, il progetto sfrutta ciò che milioni di persone hanno già in casa e spesso non usano più. Un vecchio telefono Android diventa così la base su cui costruire un robot capace di camminare, di individuare chi gli sta davanti e di rimettersi in piedi dopo una caduta, con un risparmio evidente su quella che di solito è una delle voci più onerose nello sviluppo di una macchina di questo tipo.
Fonte: TecnoAndroid


