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Una diffida legale partita da Spotify ha chiuso la vita pubblica di SpotiFLAC, lo strumento scelto da molti appassionati per scaricare musica in qualità lossless. Lo sviluppatore del progetto è stato costretto a rimuovere i repository pubblici ospitati su GitHub, e per parecchi utenti la notizia è tutt’altro che piacevole. Il dettaglio più curioso della vicenda però è un altro, perché SpotiFLAC dalla piattaforma di streaming non scaricava proprio nulla.
Il meccanismo era piuttosto indiretto. Il programma sfruttava il catalogo di Spotify soltanto per riconoscere brani, album e playlist, poi andava a cercare le stesse identiche registrazioni su altri servizi come Tidal, Qobuz e Amazon Music. Era da lì che arrivavano i file audio, nel formato FLAC. Deezer poteva entrare in gioco come fonte alternativa per i metadati, cioè tutte quelle informazioni che accompagnano una traccia. Spotify faceva da semplice motore di ricerca musicale, mentre l’audio vero e proprio proveniva da tutt’altra parte. Un sistema che almeno sulla carta teneva il servizio fuori dal flusso dei contenuti scaricati.
Cosa è successo veramente?
Viene spontaneo chiedersi per quale motivo l’azienda abbia scelto la strada legale contro un software che per l’audio non si appoggiava affatto ai suoi server. Lo sviluppatore non ha reso pubblici i contenuti della diffida, quindi una risposta certa al momento non esiste e il silenzio sul testo della lettera lascia spazio solo a supposizioni. Le ipotesi più credibili ruotano attorno all’utilizzo del marchio Spotify, logo compreso, che compariva nell’interfaccia dell’applicazione. Altre possibilità riguardano eventuali violazioni dei termini di accesso alle API oppure questioni diverse legate al branding. Nessuna di queste piste ha ricevuto una conferma ufficiale.
Chi ha già installato SpotiFLAC può tirare un mezzo sospiro di sollievo. Le versioni esistenti continuano a funzionare regolarmente, anche se non riceveranno più alcun aggiornamento. Diverso il discorso per SpotiFLAC Next, l’edizione più recente, che continuerà a godere di manutenzione ma è stata trasferita su un repository separato. Lo sviluppatore ha anche voluto chiarire che i fork indipendenti del progetto, gestiti da terze parti, sfuggono completamente al suo controllo.
Mornye e Stream Hoarder, gli eredi del progetto
La chiusura dei repository non ha fermato il lavoro dello sviluppatore, che ha già messo in campo i successori. Sul fronte mobile è disponibile Mornye, un’app gratuita e open source scaricabile sia su Android sia su iOS. Il suo compito è abbinare un brano a un link o a un nome presente nei diversi cataloghi musicali, per poi aggiungere la copertina, i testi sincronizzati, il codice ISRC e il resto dei tag che servono a tenere in ordine una collezione.
Per il desktop è invece in fase di sviluppo Stream Hoarder. Questo programma permette di cercare nei cataloghi musicali, seguire gli artisti e scaricare i file audio all’interno di una libreria locale organizzata con cura. Rispetto all’app per smartphone l’attenzione qui si sposta soprattutto sulla gestione di un archivio personale. Va detto chiaramente che si tratta comunque di strumenti che si muovono un po’ al confine della legalità.
Anche il modulo Python che faceva da fondamenta a SpotiFLAC ha cambiato identità. Ora si chiama Mornye Python e porta con sé un codice riscritto da capo e un sistema di estensioni completamente ridisegnato. Se Spotify deciderà di allargare le proprie azioni legali anche a questi nuovi progetti, per il momento non è dato saperlo.
Fonte: TecnoAndroid


