Vai al contenuto
Offerte

MacBook Pro touchscreen: peso e spessore dietro il lungo ritardo

In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni

Apple ha impiegato parecchi anni prima di portare il touchscreen sui MacBook Pro, e il motivo principale ha poco a che fare con la filosofia e molto con due aspetti concreti come il peso e lo spessore. A chiarirlo è stato John Ternus, nuovo CEO dell’azienda di Cupertino, nel corso di un’intervista dedicata ai nuovi portatili con display PROLED XDR appena annunciati. Si tratta di una svolta che ribalta una posizione difesa a lungo e con una certa ostinazione dai vertici della società, convinti per anni che lo schermo sensibile al tocco non fosse la strada giusta per i computer della Mela.

La battuta di John Ternus e il cambio di rotta

Durante il colloquio a Ternus è stato chiesto in modo piuttosto diretto perché Apple avesse deciso di cambiare idea, dopo aver sostenuto per così tanto tempo che il touch non fosse adatto ai Mac. La risposta è arrivata con un tono scherzoso, quasi a voler sdrammatizzare una questione che negli anni ha alimentato discussioni infinite tra appassionati e addetti ai lavori. “Chi l’avrebbe mai detto?” ha commentato il dirigente, prima di entrare nel merito della scelta.

Il punto centrale, secondo il nuovo amministratore delegato, è che la funzione è stata introdotta soltanto quando è diventato possibile aggiungerla senza dover rinunciare a nulla. Dietro questa frase c’è un approccio ben preciso. L’azienda non voleva inserire lo schermo tattile a qualsiasi costo, accettando compromessi sul design o sulla portabilità, ma solo nel momento in cui la tecnologia avesse permesso di farlo senza penalizzare il prodotto sotto nessun aspetto.

Da Steve Jobs a Phil Schiller, anni di resistenza

Per capire quanto sia rilevante questo passaggio basta guardare alla storia recente di Apple. Per molto tempo la società ha ripetuto che un display touch non fosse adatto a un computer portatile. Si trattava di una convinzione sostenuta inizialmente da Steve Jobs e poi ribadita più volte anche da Phil Schiller, che già nel 2015 aveva spiegato come usare con le dita uno schermo in posizione verticale per periodi prolungati fosse poco ergonomico. In pratica il braccio sollevato verso il monitor finisce per stancarsi, e questo rendeva l’idea poco convincente agli occhi di Cupertino.

C’era poi una ragione legata al software. Secondo Apple i sistemi operativi macOS e iOS erano stati progettati per modalità di interazione differenti, e non esisteva alcun motivo valido per modificarne l’impostazione di base. Da una parte il computer pensato per tastiera e puntatore, dall’altra il dispositivo mobile nato per il tocco. Due mondi distinti che l’azienda ha preferito mantenere separati per anni, respingendo di fatto le richieste di chi avrebbe voluto un Mac capace di rispondere alle dita.

Il ruolo decisivo della tecnologia OLED

Poi qualcosa è cambiato, e a fare la differenza è stata soprattutto l’evoluzione della tecnologia OLED. Come ha spiegato Ternus, l’obiettivo di Apple era raggiungere un punto in cui l’aggiunta del touch non rendesse il MacBook Pro peggiore in alcun modo. Né più pesante né più spesso, quindi, perché proprio questi due parametri rappresentavano il vero ostacolo da superare prima di dare il via libera alla novità.

Il passaggio al nuovo display tandem OLED ha consentito di rispettare queste condizioni. Grazie a questo pannello l’azienda è riuscita a integrare lo schermo sensibile al tocco mantenendo invariati i requisiti che considerava irrinunciabili sul fronte delle dimensioni e della leggerezza. Il tocco, però, non diventa il protagonista assoluto dell’esperienza d’uso. Tastiera e trackpad restano infatti gli strumenti principali di interazione con il computer, mentre lo schermo tattile si affianca a loro come possibilità aggiuntiva, senza stravolgere il modo in cui gli utenti sono abituati a lavorare sul Mac.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
108 Condivisioni