Le ultime notizie che arrivano dagli Stati Uniti raccontano di una brusca frenata per la fusione tra Paramount e Warner Bros, un accordo che sembrava ormai avviato e che invece dovrà aspettare, forse anche parecchio. Il nodo è sempre lo stesso quando si parla di operazioni di queste dimensioni, cioè la concorrenza. Ed è proprio su questo punto che un tribunale federale ha deciso di intervenire, mettendo temporaneamente in pausa un’operazione che vale qualcosa come 102 miliardi di euro.
Non è una cifra qualsiasi. Stiamo parlando di due colossi dell’intrattenimento che, unendo le forze, darebbero vita a un gruppo capace di pesare parecchio su tutto il mercato. E qui casca l’asino, perché secondo il giudice la nuova società potrebbe conquistare una fetta di mercato talmente ampia da ridurre gli spazi per gli altri concorrenti. Da qui la scelta di concedere una misura cautelare della durata di 14 giorni, un lasso di tempo durante il quale la fusione resta bloccata e non potrà essere portata a termine.
Perché i procuratori hanno acceso l’allarme
La vicenda non nasce dal nulla. Alla base c’è una causa avviata da dodici procuratori generali statali, che hanno deciso di muoversi prima che le carte fossero definitivamente firmate. Il loro timore è piuttosto concreto e riguarda quello che potrebbe succedere subito dopo il via libera. Una volta chiusa l’intesa, infatti, le due aziende potrebbero avviare processi difficili da mandare indietro.
Si parla di licenziamenti, di riorganizzazioni interne pesanti e soprattutto della condivisione di dati sensibili tra realtà che oggi, va ricordato, lavorano ancora in modo separato. Il rischio, insomma, è quello di creare una situazione irreversibile prima ancora che il tribunale possa valutare a fondo l’intera operazione. Meglio fermare tutto adesso, hanno pensato i procuratori, piuttosto che ritrovarsi davanti a un colosso già formato e impossibile da smontare. Questa sospensione arriva a confermare quanto la questione sia delicata. Da una parte c’è la voglia delle due società di completare l’accordo il prima possibile, dall’altra c’è la giustizia americana che vuole vederci chiaro sugli effetti che una concentrazione di questa portata avrebbe sul settore dei media e dell’intrattenimento. I 14 giorni di stop servono proprio a questo, a prendere tempo e a evitare mosse azzardate.
Il settore dei contenuti audiovisivi, del resto, è già dominato da pochi grandi nomi, e l’idea di ridurne ulteriormente il numero non è passata inosservata alle autorità. La quota di mercato che la nuova entità andrebbe a controllare rappresenta il vero punto critico attorno a cui ruota tutta la vicenda, ed è quello su cui il tribunale dovrà esprimersi nei prossimi giorni.
Per ora, quindi, l’unica certezza è che la strada verso la fusione si è fatta molto più tortuosa del previsto. Le due aziende dovranno attendere l’esito della valutazione giudiziaria, con la consapevolezza che una decisione contraria potrebbe rimettere in discussione l’intero accordo da 102 miliardi di euro.