Vai al contenuto
Offerte

Pale eoliche dismesse: una seconda vita nel calcestruzzo

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Le pale eoliche sono il simbolo più visibile dell’energia pulita. Girano per decenni producendo elettricità senza bruciare combustibili, ma anche per loro arriva il momento di essere smontate. E proprio lì, quando una turbina eolica smette di funzionare, salta fuori una delle questioni meno conosciute del mondo delle rinnovabili: che fine fanno quelle pale enormi una volta diventate inutilizzabili? Una possibile risposta porta dritti al calcestruzzo, cioè a un settore che a prima vista non c’entra nulla con il vento.

Pochi lo avrebbero immaginato, eppure è dal mondo delle costruzioni che potrebbe arrivare la soluzione. In questo ambito i componenti delle vecchie turbine smetterebbero di essere un ingombro da gestire e diventerebbero una risorsa preziosa. Non solo. Questo passaggio sarebbe addirittura in grado di contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2, trasformando un problema di smaltimento in un vantaggio ambientale aggiuntivo per un comparto che di solito viene associato a un impatto tutt’altro che leggero.

Perché riciclare le pale è così complicato

Per capire la portata della questione bisogna partire dai materiali. Le pale sono realizzate in prevalenza in fibra di vetro e resine polimeriche. Si tratta di un abbinamento leggerissimo e molto resistente, ed è esattamente per questo che viene scelto. Una pala deve sopportare per anni la forza del vento, le intemperie e sollecitazioni continue senza cedere, e allo stesso tempo non può pesare troppo. Quella combinazione risponde bene a entrambe le esigenze.

Il rovescio della medaglia emerge alla fine del ciclo di utilizzo. Gli stessi materiali che rendono le pale così robuste sono infatti particolarmente difficili da separare e quindi da riciclare. Fibra e resina restano legate in modo tenace e dividerle per recuperare le singole componenti non è affatto semplice. Ne deriva che il classico percorso del riciclo, quello che funziona per tanti altri prodotti, qui si inceppa quasi subito.

C’è poi una questione di numeri, o meglio di tempi. Una turbina eolica ha generalmente una vita operativa compresa tra 20 e 30 anni. Superata quella soglia va dismessa e sostituita, e le sue pale devono trovare una nuova destinazione. Con il passare degli anni quindi la quantità di componenti da smaltire è destinata a crescere, man mano che gli impianti installati arrivano al termine del loro servizio.

Dal vento al cantiere

Ed è qui che entra in gioco l’idea di portare le vecchie pale eoliche dentro il calcestruzzo. Invece di considerarle un rifiuto ingombrante e complicato da trattare, l’approccio guarda a questi materiali come a qualcosa da reimpiegare nell’edilizia. In questo modo ciò che è stato progettato per resistere al vento troverebbe una seconda vita all’interno di strutture e cantieri.

Il punto interessante è proprio il doppio beneficio. Da una parte si affronta un problema concreto, quello dello smaltimento delle turbine a fine vita, che con l’aumento degli impianti dismessi rischia di diventare sempre più pesante. Dall’altra il settore delle costruzioni potrebbe ottenere un materiale utile capace di abbassare le emissioni di CO2. Un comparto produce un rifiuto difficile da gestire e un altro lo assorbe trasformandolo in risorsa.

La domanda di partenza resta quella posta dall’inevitabile invecchiamento degli impianti. Le pale costruite in fibra di vetro e resine polimeriche continueranno ad arrivare al termine della loro vita operativa dopo 20 o 30 anni di lavoro, e il calcestruzzo rappresenta una delle strade individuate per dare loro una nuova destinazione.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
191 Condivisioni