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Missili ipersonici cinesi, la rotta ora si legge nelle stelle

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I missili ipersonici cinesi potrebbero tornare a guardare il cielo per capire dove si trovano, affidandosi alle stelle come facevano i navigatori di qualche secolo fa. L’idea arriva dai ricercatori della Guangdong Aerospace Research Academy, che hanno lavorato su modelli e sensori capaci di riconoscere le configurazioni stellari anche nelle condizioni più ostili, quelle che si creano quando un velivolo sfreccia oltre Mach 5. Un ritorno all’antico che, paradossalmente, serve a risolvere un problema molto moderno.

Il punto di partenza è semplice. Superati i 6.100 km/h circa, sapere con precisione dove si trova un mezzo diventa un’impresa comparabile a quella di tenerlo in volo. Ogni frazione di secondo di incertezza si traduce in centinaia di metri di errore, e in ambito militare un errore del genere può significare mancare completamente il bersaglio.

Quando GPS e BeiDou non bastano più

C’è poi la questione della guerra elettronica, che complica ulteriormente le cose. I sistemi di posizionamento satellitare, dal GPS americano al cinese BeiDou, sono strumenti straordinari fino al momento in cui qualcuno decide di disturbarli. Jamming, spoofing, interferenze deliberate: le contromisure esistono e funzionano, e un velivolo che dipende esclusivamente dal segnale satellitare rischia di ritrovarsi improvvisamente cieco. Da qui l’interesse per soluzioni alternative, capaci di funzionare anche quando i satelliti non sono più un riferimento affidabile.

La navigazione astronomica ha un vantaggio evidente rispetto a qualsiasi tecnologia radio: le stelle non si possono spegnere. Nessun avversario può oscurare una costellazione o falsificare la posizione di un astro nel cielo. Per questo l’idea di usare i riferimenti celesti come sistema di orientamento a bordo di mezzi ipersonici ha una logica che va oltre il fascino retrò.

Il problema del plasma incandescente

Il guaio è che orientarsi con le stelle da un mezzo che viaggia a velocità ipersonica è tutt’altro che banale. L’attrito con l’atmosfera genera temperature altissime e attorno al veicolo si forma uno strato di gas caldo, una sorta di bolla incandescente che emette radiazioni proprie e distorce la luce che arriva dallo spazio. Il risultato è che le stelle diventano difficili da individuare esattamente nel momento in cui servirebbero come punto di riferimento. Una beffa tecnica non da poco.

Il lavoro dei ricercatori si è concentrato proprio su questo ostacolo. Da un lato sono stati sviluppati modelli previsionali in grado di stimare in che modo lo strato di gas caldo altera il segnale luminoso, così da poter correggere a monte la distorsione. Dall’altro è stato messo a punto un sensore capace di riconoscere le configurazioni stellari anche in condizioni sfavorevoli, quando l’immagine del cielo arriva sporcata dal rumore luminoso generato dal volo stesso.

L’approccio, in sostanza, non prova a eliminare l’interferenza ma a prevederla. Se si conosce con precisione come e quanto la luce viene deviata, diventa possibile ricostruire la posizione reale delle stelle partendo da un’immagine deformata. Un problema di calcolo, più che di ottica pura.

Resta il fatto che una soluzione di questo tipo, se dovesse funzionare come previsto, cambierebbe le regole del gioco per i sistemi ipersonici. Un velivolo capace di orientarsi autonomamente osservando il cielo non ha bisogno di ricevere nulla dall’esterno, e quindi non offre appigli a chi vuole disturbarlo. La navigazione stellare tornerebbe a essere strategica, dopo secoli passati in mano ai marinai, questa volta a bordo di mezzi che coprono in un’ora distanze che una nave percorreva in giorni.

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