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US Army, 24 robot autonomi per l’ultimo miglio tattico

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I robot autonomi che l’US Army sta per portare sul campo nascono da un problema molto concreto, quello degli ultimi chilometri che separano un deposito di rifornimenti da un reparto impegnato in combattimento. Sulla carta sembra logistica pura, roba da tabelle e orari, ma nella pratica quel tratto finale è spesso il pezzo più rischioso dell’intera catena. Munizioni, viveri, batterie: tutto deve arrivare a destinazione, e chi guida il mezzo che le trasporta diventa automaticamente un bersaglio.

Il motivo è semplice e ha a che fare con come si combatte oggi. Droni, artiglieria, mine e armi leggere hanno reso ogni convoglio qualcosa di visibile e colpibile, con una precisione che fino a pochi anni fa non era la norma. Un camion che si muove lungo una pista di campagna può essere individuato, seguito e attaccato in tempi rapidissimi. Da qui l’idea di togliere l’essere umano dalla parte più esposta del percorso.

Il programma Infantry Last Tactical Mile e i sei veicoli in gara

L’iniziativa si chiama Infantry Last Tactical Mile e il nome dice già quasi tutto: l’attenzione è sull’ultimo miglio tattico, quello che porta materiale e supporto direttamente ai fanti. L’esercito statunitense metterà alla prova sei diversi veicoli terrestri autonomi, sviluppati da altrettante realtà industriali: Maren-Go, Overland AI, Forterra, Hendrick’s Motorsports, American Rheinmetall e HDT. Una lista che mescola aziende specializzate in software di guida autonoma, gruppi della difesa e persino un nome che arriva dal mondo delle corse.

Ogni azienda dovrebbe consegnare quattro prototipi, il che porta il totale a 24 mezzi da valutare sul campo. Non si tratta di una selezione fatta a tavolino, ma di una prova comparativa vera, con i veicoli chiamati a dimostrare cosa sanno fare in condizioni operative. Il confronto diretto tra piattaforme diverse serve anche a capire quale filosofia progettuale regga meglio quando le cose si complicano.

Non semplici mezzi radiocomandati

Il punto interessante è che questi mezzi non devono comportarsi come banali veicoli radiocomandati. L’obiettivo dichiarato è farli operare in modo autonomo anche oltre la linea di vista dell’operatore, cosa che cambia completamente il livello di complessità richiesto. Un drone terrestre pilotato a vista ha bisogno di qualcuno che lo segua con lo sguardo e con il radiocomando, e quel qualcuno deve trovarsi abbastanza vicino da esporsi ai rischi che si volevano evitare in partenza.

Far muovere un mezzo senza contatto visivo significa invece dotarlo di capacità di navigazione, riconoscimento del terreno e gestione degli imprevisti che non possono dipendere da un joystick. Terreno accidentato, ostacoli improvvisi, collegamenti radio disturbati: sono tutte variabili che il software deve saper digerire da solo, almeno per il tempo necessario a completare la missione.

I compiti previsti per questi robot autonomi vanno oltre il semplice trasporto di materiale. Serviranno per portare rifornimenti alle unità in prima linea, ma anche per evacuare i feriti, una funzione che in certi scenari può fare la differenza tra un soccorso tempestivo e uno che arriva troppo tardi. Il terzo impiego riguarda le comunicazioni, con i mezzi usati come nodi mobili per estendere la copertura e tenere collegati reparti che altrimenti rischierebbero di restare isolati.

La direzione di marcia non sorprende chi segue da vicino gli sviluppi militari degli ultimi anni. Il conflitto in Ucraina ha mostrato in modo piuttosto chiaro quanto sia diventato costoso, in termini umani, muovere persone e materiali nelle zone battute dal fuoco nemico. La spinta verso sistemi senza equipaggio nasce esattamente da lì, dalla constatazione che certe attività di supporto possono e devono essere delegate a macchine.

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