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Un gruppo di ricercatori è riuscito a ottenere cloni femmina partendo da topi maschi, un risultato che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato più adatto a un romanzo di fantascienza che a un laboratorio. Il punto centrale dell’esperimento è tutto qui, in una frase che sembra un gioco di parole ma non lo è affatto: da un donatore di sesso maschile sono nati cuccioli di sesso femminile, e quei cuccioli erano fertili. A rendere possibile il passaggio è stata una tecnica di editing genetico, applicata con l’obiettivo dichiarato di offrire un nuovo strumento alla conservazione delle specie in via di estinzione.
Il commento arrivato dal team di ricerca fotografa bene lo stupore che accompagna questo tipo di lavoro. “Vedere cuccioli femmina nati da un donatore maschio è stato piuttosto notevole”, una considerazione che dice molto sul clima in cui si muovono certi esperimenti, dove la sorpresa resta parte del mestiere anche per chi lavora sui geni tutti i giorni.
Topi cloni: perché ribaltare il sesso non è un dettaglio
La clonazione in sé non è una novità assoluta, se ne parla ormai da decenni e in laboratorio è diventata una procedura consolidata su diverse specie animali. Il vincolo, però, era sempre stato lo stesso: un clone eredita il corredo genetico del donatore, sesso compreso. Da un maschio nasceva un maschio, da una femmina una femmina. Rompere questo automatismo significa cambiare le regole del gioco, perché apre alla possibilità di generare individui di sesso femminile anche quando il materiale genetico disponibile appartiene a un maschio.
E la differenza, per chi si occupa di popolazioni animali ridotte al lumicino, è enorme. In una specie che sopravvive con pochi esemplari, il numero di femmine fertili è spesso il vero collo di bottiglia. Poter produrre cuccioli fertili di sesso femminile a partire da cellule di un maschio vuol dire allargare il bacino di partenza, sfruttare campioni biologici che altrimenti resterebbero inutilizzabili sul fronte riproduttivo e, in prospettiva, ricostruire gruppi capaci di riprodursi da soli.
Dai topi alla conservazione, un percorso ancora lungo
Per adesso il traguardo riguarda i topi, animali da laboratorio per eccellenza, quelli su cui ogni tecnica viene testata prima di pensare a qualsiasi applicazione più ambiziosa. La fertilità delle femmine ottenute è l’elemento che dà peso al risultato, perché un clone che nasce ma non può riprodursi ha un valore limitato quando l’obiettivo dichiarato è salvare una specie dall’estinzione. Qui invece la catena si chiude, almeno nel modello animale.
Il salto verso specie diverse, e soprattutto verso quelle a rischio, resta una questione tutt’altro che semplice. Ogni organismo ha una sua biologia riproduttiva, tempi diversi, sensibilità diverse alle manipolazioni genetiche, e ciò che funziona su un roditore non si trasferisce automaticamente altrove. Il valore dell’esperimento sta nel dimostrare che la strada esiste e che l’editing genetico può intervenire su un aspetto considerato finora intoccabile della clonazione.
Definito dagli stessi ricercatori come strano e affascinante, il lavoro si colloca in quella zona di frontiera dove la genetica smette di limitarsi a copiare e comincia a riscrivere. Con una prospettiva molto concreta sullo sfondo, quella di dare una mano alle popolazioni animali che stanno scivolando verso il punto di non ritorno, dove ogni singolo individuo capace di riprodursi fa la differenza tra il recupero e la scomparsa definitiva.










