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Meta Muse, stop alle chat condivise: 6.800 link scoperti nei DNS

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Meta ha sospeso la funzione di condivisione delle conversazioni di Muse, il suo assistente basato sull’intelligenza artificiale pensato per interagire con servizi e applicazioni online. Alla base della decisione c’è un problema piuttosto insolito, perché migliaia di chat erano diventate individuabili semplicemente consultando i registri DNS. A scoprirlo sono stati gli esperti di sicurezza di Claroc con una ricerca chiamata GhostShares, che ha portato al recupero di oltre 6.800 collegamenti a conversazioni condivise. Alcune contenevano informazioni finanziarie, documenti aziendali riservati e dettagli su attività professionali confidenziali. E per arrivarci non è servito violare account, aggirare sistemi di autenticazione o sfruttare le classiche vulnerabilità software.

Tutto nasce da una scelta tecnica che sembrava del tutto innocua. Muse inseriva i titoli delle conversazioni e i relativi identificativi casuali direttamente nei nomi host usati per pubblicare le pagine condivise. Quei nomi potevano così finire negli archivi di passive DNS, cioè servizi che conservano lo storico delle risoluzioni dei domini. Il caso ricorda altri episodi legati agli assistenti AI. A luglio 2025 OpenAI aveva tolto la possibilità di rendere ricercabili su Google le conversazioni condivise di ChatGPT, mentre ad agosto dello stesso anno erano emersi oltre 370.000 collegamenti a chat di Grok indicizzati online. Con Muse però non serviva nemmeno un motore di ricerca, bastava interrogare una fonte di dati DNS che avesse registrato quei nomi host.

Come una chat privata finiva in un elenco consultabile

Quando un utente chiedeva a Muse di condividere una conversazione, l’assistente pubblicava una pagina raggiungibile tramite un collegamento. Chiunque avesse l’indirizzo poteva aprirla senza alcuna autenticazione. Si tratta di un modello piuttosto diffuso, il cosiddetto accesso tramite link, in cui possedere l’URL è di fatto l’unico requisito per leggere il contenuto. L’idea è che una sequenza casuale abbastanza lunga renda impossibile a estranei indovinare il percorso giusto.

Il problema stava in un dettaglio. Invece di limitarsi a un identificativo casuale in una porzione dell’URL, Muse costruiva un nome host che includeva anche il titolo della conversazione. Nell’esempio fornito dai ricercatori a scopo illustrativo si vedono tre elementi affiancati, ovvero il titolo della chat, un codice alfanumerico e il dominio metaaiusercontent.com usato per distribuire i contenuti condivisi.

Qui entra in gioco il passive DNS, una tecnologia che raccoglie le risoluzioni osservate nel tempo. Una normale interrogazione chiede quali record corrispondano oggi a un certo nome, mentre un servizio di questo tipo permette di ricostruire parte della storia di un dominio e dei suoi sottodomini. Gli operatori specializzati raccolgono dati attraverso resolver ricorsivi, sensori di rete e altre sorgenti, ottenendo nomi host, indirizzi IP associati, tipologie di record e periodi in cui quelle associazioni erano visibili. Nasce per scopi legittimi come scovare infrastrutture malevole o analizzare campagne di phishing, ma GhostShares mostra come possa anche far emergere informazioni piazzate nel posto sbagliato. Va detto che non ogni richiesta DNS diventa visibile a tutti, perché contano le cache locali, il resolver utilizzato, il TTL dei record e la reale copertura dei sistemi di raccolta. Nel caso specifico però il fornitore commerciale consultato da Claroc, di cui non è stato rivelato il nome, aveva accumulato dati sufficienti a scoprire migliaia di collegamenti.

Il limite di robots.txt e la reazione di Meta

Meta una precauzione l’aveva presa. Il file robots.txt chiedeva ai crawler dei motori di ricerca e dei sistemi AI di non visitare i percorsi delle conversazioni condivise. Una configurazione del genere può ridurre la visibilità su alcuni motori di ricerca, ma non è un vero controllo degli accessi. Le sue direttive sono volontarie, un client può tranquillamente ignorarle e nessun server dovrebbe considerarle una barriera di sicurezza. Il passive DNS poi lavora su un piano diverso, visto che non scarica né indicizza il codice della pagina e si limita a raccogliere il nome host presente nelle richieste osservate.

Secondo la cronologia pubblicata da Claroc, le verifiche principali risalgono al 7 e all’8 ottobre 2026. Proprio l’8 ottobre il gruppo ha inviato una segnalazione al programma bug bounty di Meta, allegando le istruzioni per riprodurre il problema ed esempi dei collegamenti trovati. L’azienda ha quindi sospeso la condivisione delle conversazioni di Muse e ha iniziato a valutare possibili modifiche al modo in cui i collegamenti vengono generati e messi a fattor comune.

Fonte: TecnoAndroid

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