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Messico, il maxi dissalatore di Rosarito darà acqua a 2 milioni

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L’osmosi inversa sta per diventare il cuore tecnologico di uno degli impianti più grandi dell’America Latina, e il posto scelto è il Messico. La struttura sorgerà a Rosarito, in Bassa California, e avrà una capacità di produzione che può arrivare a 380.000 metri cubi al giorno di acqua potabile ricavata direttamente dal mare. Un numero che dice poco a chi non mastica cifre idriche, ma che si traduce in una prospettiva molto concreta, ovvero fino a 2 milioni di persone rifornite.

L’appalto è stato assegnato alla società spagnola Grupo Cox dalla Commissione nazionale dell’acqua messicana, la Conagua, attraverso una gara pubblica. I lavori sono previsti nell’arco dei prossimi tre anni, con un investimento complessivo di circa 280 milioni di euro. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la sicurezza idrica del comune di Playas de Rosarito e della zona sudoccidentale di Tijuana, creando una fonte di approvvigionamento indipendente e complementare rispetto a quella che oggi rappresenta il fiume Colorado per tutta la regione.

Messico: come funziona la dissalazione a osmosi inversa

Da circa trent’anni la dissalazione con questa tecnica è uno dei metodi principali per rendere potabile l’acqua di mare. Il meccanismo è l’opposto di quello naturale. Invece di lasciare che l’acqua si muova da sola verso la soluzione più salata, si applica una pressione sull’acqua ad alta concentrazione di sali per costringere le molecole di H2O ad attraversare una membrana artificiale, che trattiene sali, ioni e altre sostanze disciolte.

Le membrane più usate sono realizzate in poliammide e con strutture composite a film sottile. La separazione efficace, però, non dipende solo dal materiale, ma anche dalle proprietà fisiche e chimiche degli elementi che si vogliono togliere dall’acqua. Per questo negli impianti di grande scala serve un pretrattamento, utile a eliminare particelle sospese, materia organica, microrganismi e altri composti che rischierebbero di rovinare le membrane in poco tempo.

Poi entrano in gioco le pompe ad alta pressione, che spingono l’acqua dentro i moduli. Da lì escono due flussi. Il primo si chiama permeato ed è l’acqua che riesce a passare la membrana, con una concentrazione di sali molto più bassa. Il secondo è la salamoia, cioè il concentrato di sali e residui trattenuti durante il processo, non adatto al consumo umano. La pressione necessaria dipende dalla salinità di partenza e nel caso dell’acqua di mare può superare le 1.000 libbre per pollice quadrato.

Secondo l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti, l’osmosi inversa non serve solo a togliere il sale dall’acqua marina o salmastra. Riesce a rimuovere solidi disciolti, molte sostanze inorganiche, radionuclidi e alcuni composti organici sintetici. La stessa agenzia riconosce però che questi sistemi possono produrre fino al 30% di salamoia rispetto all’acqua trattata, a seconda del progetto e delle condizioni operative.

Il conto energetico e il problema dei residui

C’è un aspetto che raramente finisce nei comunicati stampa, ed è il consumo energetico. Gli impianti industriali che dissalano acqua di mare con questa tecnologia consumano in genere tra 2,5 e 4,0 chilowattora per ogni metro cubo di acqua prodotta. Aggiungendo pretrattamento, trattamento successivo dove serve e il resto delle apparecchiature, il totale sale a una forbice che va all’incirca da 3,5 a 4,5 chilowattora per metro cubo. Una parte di questo consumo si può recuperare con sistemi che sfruttano la pressione del flusso di salamoia per ridurre l’elettricità necessaria.

Resta il tema dello smaltimento. La salamoia, per via dell’alta concentrazione salina unita ad altri composti potenzialmente nocivi, richiede una gestione specializzata prima dello scarico nell’ambiente.

Grupo Cox sostiene che la tecnologia scelta per l’impianto messicano si distingue per efficienza operativa, qualità dell’acqua prodotta e minore intensità energetica rispetto ad altre soluzioni di dissalazione. Nel comunicato dell’azienda però non compaiono riferimenti alle misure per contenere i possibili danni ambientali legati al funzionamento dell’impianto, né vengono specificati i meccanismi con cui verrà garantito il minor consumo di energia. Le evidenze scientifiche disponibili indicano comunque che i progressi nei processi di osmosi inversa hanno permesso di ridurre entrambi gli impatti, mantenendo questa tecnologia tra le alternative concrete per affrontare la scarsità di acqua potabile che colpisce oltre il 25% della popolazione mondiale.

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