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Le prime manovre Apollo degli Stati Uniti hanno portato la guerra spaziale fuori dalla fantascienza e dentro il campo delle esercitazioni militari reali, con satelliti già in orbita usati per provare movimenti pensati in ottica di conflitto. Niente spade laser, ovviamente, ma l’idea di fondo somiglia parecchio a quella che il cinema ha raccontato per decenni. A guidare l’operazione è il Comando Spaziale statunitense, lo SPACECOM, e la cosa interessante è che Washington non ha agito da sola.
Il generale Stephen Whiting, comandante dello SPACECOM, ha chiarito un punto che sembra tecnico ma non lo è affatto: per questo primo ciclo di esercitazioni non è stato lanciato nulla di nuovo. Sono stati impiegati satelliti preesistenti, già operativi in orbita, riadattati a un compito diverso da quello per cui erano stati messi lassù. Il concetto chiave si chiama manovra di vantaggio. Di solito un satellite si sposta per ragioni pratiche, per raggiungere un’orbita più comoda o per schivare un frammento di spazzatura spaziale. Qui invece il movimento ha una logica strategica, cioè posizionarsi in modo utile nel caso in cui le cose in orbita si mettessero male.
Manovre di prossimità, come i caccia ma a centinaia di chilometri di quota
Nel primo volo sono state provate anche le cosiddette manovre di prossimità, quelle che servirebbero per intercettare un satellite o un veicolo considerato ostile. Il paragone più immediato è con i caccia che si inseguono nei cieli terrestri, con la differenza non da poco che qui si parla di oggetti che devono muoversi dentro, fuori e attorno ad altri oggetti mantenendo sincronia e controllo assoluti. Un errore di calcolo in orbita non si corregge con una virata improvvisata.
Sul fronte delle alleanze, gli Stati Uniti hanno confermato la partecipazione di partner internazionali. All’inizio i nomi non erano stati resi pubblici, poi negli aggiornamenti successivi sono stati citati diversi membri dell’associazione multinazionale Operation Olympic Defender, ovvero Regno Unito, Francia, Germania, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Un gruppo compatto, che condivide dottrina e informazioni e che ora condivide anche l’addestramento in orbita.
Russia e Cina, le manovre che nessuno annuncia in conferenza stampa
Il punto è che questo genere di attività non è una novità assoluta, semplicemente altri paesi la portano avanti in modo molto meno trasparente. Il caso più citato è quello della Russia, con diversi satelliti sorpresi negli ultimi anni ad avvicinarsi in modo sospetto a oggetti spaziali di altre nazioni. In almeno un episodio uno di questi satelliti ha rilasciato accanto al bersaglio un secondo satellite, una specie di matrioska orbitale che ha fatto alzare più di un sopracciglio nelle stanze dei comandi occidentali.
Le Forze Spaziali statunitensi, dal canto loro, tirano in ballo la Cina. Anche alcuni satelliti cinesi sono stati osservati mentre manovravano tra loro a distanze ridottissime, un comportamento che assomiglia parecchio a quello appena provato con le manovre Apollo. Insomma, tutti fanno le stesse cose, cambia solo quanto lo si dice ad alta voce.
Resta il capitolo normativo, che è pieno di zone grigie. Il Trattato sullo Spazio Extra Atmosferico, firmato da oltre 100 paesi, vieta l’uso di armi nucleari o di qualsiasi arma di distruzione di massa nello spazio. Fin qui tutto chiaro. Il problema è che nel testo non si fa alcun riferimento alle armi antisatellite, che sono esattamente quelle che entrerebbero in gioco negli scenari reali per cui Stati Uniti, Russia e Cina si stanno preparando. Nessuno possiede una Morte Nera, per fortuna, ma un conflitto orbitale resterebbe una faccenda estremamente delicata, con conseguenze difficili da contenere una volta iniziata. E vedere le grandi potenze fare le prove generali, con tanto di alleati al seguito, è già di per sé un segnale che dice parecchio sul momento che stiamo attraversando.








