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Il blocco delle IPTV è tornato operativo in Spagna con l’avvio della nuova stagione di calcio, e stavolta la macchina si è mossa ancora prima che il pallone iniziasse a rotolare. Gli operatori telefonici sono stati chiamati a fare la loro parte per LaLiga 2026/27, con l’obbligo di intervenire sugli indirizzi IP segnalati come collegati alla diffusione illegale delle partite. Ad annunciarlo è stato Javier Tebas, presidente della Liga Nacional de Fútbol Profesional, che non ha lasciato scappatoie a nessuno. Dentro ci sono anche Digi, Orange e MásMóvil.
La polemica, però, non si è mai spenta. Il punto sollevato da chi critica il sistema riguarda il metodo, non l’obiettivo. Bloccare interi indirizzi IP significa colpire in modo indiscriminato anche siti che con la pirateria streaming non hanno niente a che spartire. OONI, l’osservatorio internazionale sulla neutralità della rete, ha rilevato che tra le vittime collaterali di questi blocchi sono finite pagine dedicate ai diritti umani, alla documentazione delle interferenze statali e alla fornitura di aiuti umanitari. Roba lontana anni luce dal calcio.
Il governo ammette gli effetti collaterali
Non è una denuncia arrivata solo dal basso. Lo stesso Governo spagnolo ha riconosciuto che le misure adottate dagli operatori telefonici contro IPTV e streaming illegale producono, testualmente, effetti collaterali su istituzioni, associazioni, piccole imprese e singoli utenti. Una ammissione pesante, perché arriva da chi quelle regole le ha rese possibili.
Sul fronte parlamentare qualcosa si muove. Anche il Congresso avrebbe dato il proprio assenso a modificare la legge, con l’obiettivo dichiarato di garantire che il diritto all’informazione, la libertà di espressione e l’innovazione sociale digitale vengano considerati diritti protetti contro misure tecnologiche indiscriminate. Il nodo, sostengono i critici, sta tutto nel fatto che un potere di questa portata sia finito in mani private. Le prove che il blocco degli indirizzi IP sia dannoso vengono definite ormai schiaccianti, ma la priorità di chi lo esercita resta la tutela dei propri interessi economici. Da dicembre 2024 LaLiga ha di fatto carta bianca per ordinare la disattivazione degli indirizzi IP che, secondo la sua valutazione, sono collegati alla distribuzione dei contenuti sportivi.
Sabato 15 agosto 2026, la prima notte di blocchi
La stagione è cominciata così. Sabato 15 agosto 2026, prima ancora del calcio d’inizio della partita inaugurale, i tecnici degli operatori erano già nella sala operativa da cui partono gli ordini di blocco IPTV. Dalle 19:30 fino a mezzanotte è stato toccato un picco di circa 550 indirizzi IP resi inaccessibili in contemporanea.
I numeri raccontano anche chi ha spinto di più. Digi ha bloccato la quantità maggiore di indirizzi e per la durata più lunga, mentre Orange e MásMóvil si sono mossi con meno intensità rispetto agli altri. La principale rete CDN colpita è stata ancora una volta Cloudflare, esattamente come nelle stagioni precedenti, con tutto quello che comporta in termini di servizi legittimi che ci passano attraverso ogni giorno. La sentenza che legittima LaLiga e Telefónica a ordinare il blocco degli indirizzi IP copre tre stagioni e resterà valida fino al 2027. Nel frattempo prosegue anche la stretta sulle VPN, considerate uno degli strumenti più usati per aggirare i filtri e continuare a raggiungere le trasmissioni non autorizzate. Il perimetro, insomma, si allarga oltre il singolo indirizzo bloccato e va a toccare gli strumenti con cui gli utenti provano a girarci intorno.










