Quando il pieno di carburante costa di più o la spesa al supermercato diventa più pesante, il pensiero va subito a conflitti geopolitici, speculazioni e decisioni governative. Quello che spesso sfugge è il ruolo sempre più concreto degli attacchi informatici nell’aumento dei prezzi di beni e servizi. Benzina, diesel, energia, gas, generi alimentari: dietro i rincari si nasconde anche una voce di costo invisibile, legata alla necessità crescente delle aziende di proteggersi dai cybercriminali.
Questa dinamica sta diventando così rilevante da meritarsi un nome tutto suo: la cosiddetta “cyber-tassa”. Attenzione, non si tratta di un’imposta in senso normativo. Nessun governo la impone. È piuttosto la conseguenza diretta del fatto che le imprese, per difendersi da intrusioni e furti di dati, sono costrette a investire cifre importanti in sistemi di protezione avanzata e in personale qualificato. E quei costi, inevitabilmente, finiscono per ricadere sui consumatori sotto forma di prezzi più alti.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è il dato che emerge da una recente ricerca condotta da Identity Theft Center: l’81% delle piccole e medie imprese ha subito una violazione dei dati o una breccia nella sicurezza nell’ultimo anno. Un numero impressionante, che dà la misura di quanto il fenomeno sia ormai capillare e non riguardi soltanto i grandi colossi tecnologici.
Non sono solo le aziende a pagare il conto
Oltre alla cyber-tassa che grava sui listini, c’è un altro aspetto che tocca direttamente la quotidianità delle persone. Sempre più utenti si trovano nella condizione di dover acquistare pacchetti di cybersecurity per proteggere i propri dispositivi, la propria privacy e la propria sicurezza durante la navigazione online. A questo si aggiunge la necessità di difendersi dal monitoraggio costante operato da tracker e da alcune aziende che raccolgono dati in modo aggressivo. Insomma, anche il singolo cittadino sta sostenendo costi extra, spesso senza nemmeno rendersene conto del tutto.
Eva Velasquez, amministratrice delegata di Identity Theft Center, ha messo in evidenza un dato eloquente: quasi il 40% delle piccole e medie imprese intervistate ha dichiarato di aver dovuto aumentare i prezzi trasferendo direttamente il costo della sicurezza informatica sui propri clienti. Secondo Velasquez, gli effetti a lungo termine degli attacchi informatici stanno emergendo in modo sempre più tangibile, e la tendenza non accenna a rallentare.
Le piccole imprese nel mirino: un problema di scala
L’impatto della criminalità informatica sulle piccole e medie imprese è particolarmente devastante, proprio perché queste realtà non dispongono delle risorse dei grandi gruppi. Velasquez lo ha spiegato in modo molto chiaro: anche le grandi aziende dotate di eccellenti procedure di sicurezza possono essere colpite, perché i criminali informatici fanno esattamente quello tutto il giorno, cercano vulnerabilità da sfruttare. A loro basta riuscirci una sola volta. I titolari delle piccole imprese, al contrario, devono agire in modo impeccabile il 100% delle volte, un’asimmetria che rende la sfida quasi insostenibile per chi ha budget limitati e strutture ridotte.


