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Il telescopio spaziale James Webb ha messo gli occhi su una zona della galassia dove, in teoria, non dovrebbe esserci nulla di fragile che riesca a resistere, e ci ha trovato dell acqua. Non un oceano, ovviamente, ma tracce chiare della sua presenza a meno di un anno luce da Sagittarius A, il buco nero supermassiccio che occupa il centro della Via Lattea. In quel punto una stella sta morendo, e i dati raccolti raccontano cosa riesce a produrre mentre si spegne in condizioni che definire estreme è quasi un eufemismo.
Un ambiente che dovrebbe distruggere tutto
Per capire perché la cosa sorprenda gli astronomi bisogna avere in mente che tipo di posto sia il vicinato di un buco nero supermassiccio. Radiazioni intense attraversano quello spazio in continuazione, e il loro effetto normale è quello di smontare le molecole pezzo per pezzo, spezzando i legami chimici prima che possano diventare qualcosa di stabile. Una molecola d acqua, in un contesto simile, ha una vita attesa piuttosto breve. È il motivo per cui il cuore della galassia viene descritto come un ambiente ostile, non tanto per la gravità in sé quanto per il bombardamento energetico che lo attraversa.
Eppure il James Webb ha registrato proprio il contrario di quello che il buon senso astronomico suggerirebbe. A ridosso del centro galattico, dove le condizioni sono più severe, gli strumenti hanno individuato la firma dell acqua insieme a quella della polvere. Due ingredienti che, messi accanto a Sagittarius A, sembrano fuori posto. Sono gli stessi materiali che di solito si associano alle regioni tranquille dove nascono i sistemi planetari, non al bordo di un mostro gravitazionale da milioni di masse solari.
La stella che muore e quello che lascia dietro di sé
Il protagonista di tutta la faccenda è un astro in fase terminale. Le stelle, quando arrivano alla fine del loro ciclo, non se ne vanno in silenzio: perdono materia, la disperdono nello spazio circostante, e in quel materiale espulso possono formarsi grani solidi e molecole. È un processo noto, il modo in cui l universo ricicla se stesso e arricchisce lo spazio interstellare. La novità è vederlo accadere qui, a distanza ravvicinata da un buco nero supermassiccio, con tutta la radiazione che quel vicinato comporta.
La presenza di acqua e polvere in un contesto del genere suggerisce che il materiale espulso dalla stella riesca in qualche modo a proteggersi, almeno per un po. Un guscio di gas e grani che scherma quello che sta sotto, permettendo alla chimica di funzionare anche dove sembrerebbe impossibile. È il tipo di risultato che costringe a rivedere qualche assunzione: se le molecole complesse sopravvivono a meno di un anno luce da Sagittarius A*, allora i centri galattici non sono deserti chimici come si tendeva a immaginare.
Osservazioni di questo tipo sono possibili solo grazie alla sensibilità del telescopio James Webb nell infrarosso, la banda che permette di guardare attraverso le nubi di polvere che nascondono il centro della Via Lattea alla luce visibile. Da terra, o con strumenti meno raffinati, quella regione resta in gran parte opaca. Con Webb, invece, diventa leggibile nel dettaglio, fino a distinguere le singole componenti del materiale che circonda una stella morente. Il risultato aggiunge un tassello a quello che si sa sulla chimica del centro galattico, un laboratorio naturale dove pressione, radiazione e gravità raggiungono valori che nessun esperimento terrestre può riprodurre. E dove, a quanto pare, l acqua riesce comunque a esistere.











