Sembra un paradosso, eppure una nuova ricerca pubblicata dall’Harvard Business Review racconta qualcosa di piuttosto scomodo: l’uso eccessivo di intelligenza artificiale sul lavoro non solo non migliora sempre la produttività, ma in certi casi la peggiora. E non di poco. Lo studio mette in discussione quella narrazione ormai consolidata secondo cui gli strumenti di IA sarebbero la soluzione definitiva per lavorare meno e ottenere di più. La realtà, a quanto pare, è parecchio più sfumata.
Il punto centrale della ricerca è che l’adozione massiccia di strumenti di IA nei flussi di lavoro quotidiani può generare un effetto boomerang. Invece di alleggerire il carico, questi tool finiscono per aggiungere complessità. Ci si ritrova a gestire nuovi passaggi, a verificare gli output generati dall’intelligenza artificiale, a correggere errori che prima semplicemente non esistevano. Il risultato? I lavoratori non risparmiano tempo, anzi ne spendono di più. E soprattutto, lo fanno con un livello di stress e affaticamento mentale decisamente superiore rispetto a prima.
Il costo nascosto dell’automazione spinta
Quello che emerge dallo studio è un fenomeno che i ricercatori descrivono come una sorta di sovraccarico cognitivo indotto dalla tecnologia. Ogni volta che un lavoratore utilizza uno strumento di intelligenza artificiale, deve comunque esercitare un giudizio critico sul risultato ottenuto. Deve decidere se il testo generato è accurato, se i dati sono corretti, se il tono è quello giusto. Questo processo di revisione continua consuma risorse mentali enormi, spesso più di quante ne servirebbero per svolgere il compito da zero.
C’è poi un altro aspetto che la ricerca mette in luce: l’aspettativa crescente da parte delle aziende. Se prima un dipendente produceva dieci report a settimana, adesso con l’IA ci si aspetta che ne produca venti. O trenta. Il guadagno di efficienza promesso dalla tecnologia viene immediatamente riassorbito da obiettivi più ambiziosi, lasciando i lavoratori nella stessa situazione di prima, se non peggiore. La produttività percepita sale sulla carta, ma il benessere delle persone crolla.
L’IA non è il problema, ma nemmeno la risposta automatica
Va detto che la ricerca non demonizza l’intelligenza artificiale in sé. Non si tratta di buttare via tutto e tornare a carta e penna. Il problema, semmai, sta nel modo in cui questi strumenti vengono implementati. Quando l’adozione avviene senza una strategia chiara, senza formazione adeguata e senza ripensare davvero i processi, il rischio è che l’IA diventi un peso aggiuntivo piuttosto che un alleato.
I dati raccolti dall’Harvard Business Review suggeriscono che le organizzazioni più efficaci nell’integrare l’intelligenza artificiale sono quelle che hanno ridisegnato i flussi di lavoro attorno alla tecnologia, invece di limitarsi a infilarla nei processi esistenti. Chi ha semplicemente dato accesso ai tool senza cambiare nient’altro ha visto aumentare lo stress dei propri team e, paradossalmente, diminuire la qualità del lavoro prodotto.
Un dato particolarmente significativo riguarda proprio la percezione dei dipendenti: una fetta consistente degli intervistati ha dichiarato di sentirsi più affaticata dopo l’introduzione di strumenti di IA rispetto al periodo precedente. Non esattamente il quadro roseo che molte aziende tech dipingono nei loro materiali promozionali. La ricerca secondo cui l’IA farebbe lavorare di più, insomma, trova conferme concrete nei numeri raccolti sul campo.