Un impianto cerebrale capace di scovare i tumori e provare a fermarli sul nascere è passato dalla teoria ai primi test sull’uomo. A muoversi è Coherence Neuro, una startup di San Francisco che ha legami diretti con Neuralink, la società di neuroscienze fondata da Elon Musk. Il dispositivo, grande quanto una moneta, è stato impiantato temporaneamente nel cervello di tre persone operate per la rimozione di tumori cerebrali al Royal Melbourne Hospital, in Australia. È rimasto in sede per circa 30 minuti, poi è stato rimosso. Un passaggio che serve soprattutto a capire se il sistema è sicuro, prima di pensare a un utilizzo prolungato.
L’interfaccia neurale di Coherence, quella che in gergo viene chiamata brain computer interface, lavora su due fronti. Da una parte rileva i segnali elettrici tipici delle masse tumorali, dall’altra somministra una leggera stimolazione elettrica per ostacolarne la crescita. I tre pazienti avevano dato il consenso prima dell’intervento, e nel breve lasso di tempo in cui il dispositivo è rimasto attivo l’azienda ha potuto osservarne il comportamento. Tra i nomi coinvolti spiccano figure note del settore. Matthew MacDougall, responsabile della neurochirurgia di Neuralink, è consulente e investitore della startup. E anche Rory Murphy, neurochirurgo al Barrow Neurological Institute in Arizona già coinvolto in uno studio della società di Musk, dovrebbe partecipare alle prossime sperimentazioni.
Perché l’elettricità può fare la differenza contro i tumori
L’idea di colpire i tumori cerebrali con la corrente elettrica non nasce dal nulla. Parte da un’osservazione che gli scienziati conoscono da tempo, legata alle particolari proprietà elettriche dei tessuti malati. “Sono condizioni elettriche, proprio come l’epilessia, proprio come la depressione. È un problema di rete nel cervello”, ha spiegato Ben Woodington, amministratore delegato e cofondatore di Coherence. Nel 2019 alcuni ricercatori della Stanford University avevano scoperto che un gruppo di tumori particolarmente aggressivi, i gliomi di alto grado, si nutre formando sinapsi con i neuroni sani. Nello stesso studio era emerso che un farmaco antiepilettico riusciva a interrompere i segnali diretti alle masse nei topi, frenandone la crescita. Si è visto anche che correnti a bassa intensità possono interferire con la divisione delle cellule tumorali.
Negli Stati Uniti esiste già un dispositivo indossabile, chiamato Optune e sviluppato da Novocure, approvato per la prima volta nel 2011 per trattare il glioblastoma, che da solo rappresenta circa la metà dei tumori cerebrali maligni. All’inizio di quest’anno la stessa azienda ha ottenuto il via libera anche per usarlo contro il tumore al pancreas. A seconda del caso, lo strumento viene applicato al cuoio capelluto o all’addome con cerotti adesivi. Indossato per gran parte della giornata può allungare la sopravvivenza di diversi mesi, ma chiede sacrifici concreti, come rasarsi la testa e portarsi dietro una batteria dentro uno zaino o agganciata alla cintura.
Coherence vuole rendere tutto più maneggevole. Il suo impianto si colloca nel cranio ed è dotato di 16 filamenti che si spingono nel tessuto cerebrale, pensato per essere inserito proprio durante l’asportazione del tumore. Anche quando la massa viene tolta del tutto, spesso torna a ripresentarsi dopo l’operazione, ed è questo il bersaglio principale del dispositivo. L’obiettivo iniziale è il glioblastoma, che ha un rischio di recidiva più alto rispetto ai tumori di grado inferiore. Chi ne è colpito ha poche armi a disposizione e una prognosi pesante. La maggior parte sopravvive solo 15-18 mesi dalla diagnosi, con un tasso di sopravvivenza a cinque anni sotto il 10 per cento.
Tenere d’occhio il tumore minuto per minuto
Oggi chi convive con un glioblastoma si sottopone a una risonanza magnetica ogni due o tre mesi, così i medici possono seguire l’evoluzione della malattia e ritoccare le terapie. Secondo Woodington, però, quell’intervallo resta troppo ampio. I tumori cerebrali possono farsi improvvisamente più aggressivi, e nel frattempo gli specialisti restano al buio. Il dispositivo di Coherence punta invece a un monitoraggio continuo, con una stimolazione elettrica calibrata sul singolo paziente.
A completare il quadro c’è un’app, dove la persona potrà annotare i propri sintomi. Quei dati arriveranno ai medici insieme allo stato della malattia e alla quantità di stimolazione ricevuta. Gli specialisti potranno regolare la cura a distanza, oppure lasciare che sia il sistema a farlo in automatico. E se il dispositivo rileva una crescita rapida, potrebbe avvisare i medici sul momento giusto per intervenire chirurgicamente, ancora prima che il problema compaia su una risonanza. L’azienda conta di avviare il prossimo anno uno studio su pazienti con glioblastoma, ai quali l’impianto sarà inserito in modo permanente.