La ricchezza generata dall’intelligenza artificiale potrebbe diventare enorme, ma la domanda che inizia a circolare con insistenza riguarda chi finirà per metterci sopra le mani. Il dibattito è acceso, soprattutto perché al momento gli investimenti folli nei data center non stanno dando alcuna spinta concreta alla crescita economica degli Stati Uniti. Eppure c’è chi sostiene che la ricchezza la stiamo già producendo, solo che non sappiamo ancora come misurarla. E qui arriva il punto delicato. Se l’IA diventa davvero la gallina dalle uova d’oro, è giusto che a tenersi tutto siano soltanto le aziende?
Il presidente che chiede di restituire qualcosa al pubblico
Qualche giorno fa Donald Trump ha lasciato cadere un commento passato quasi inosservato, ma tutt’altro che banale. Parlando con alcuni giornalisti nello Studio Ovale, ha detto di aspettarsi che le società di IA “restituiscano qualcosa al pubblico”, ossia che la ricchezza generata venga in qualche modo redistribuita. Le sue parole, riportate testualmente, sono state più o meno queste. Ha intenzione di incontrare molto presto i 12 o 15 dirigenti più importanti del settore, e l’idea sul tavolo è proprio quella di restituire qualcosa alla gente. Se ci riusciranno, ha aggiunto, il pubblico diventerà molto più ricco, e secondo lui lo faranno perché renderebbe il tutto enormemente popolare.
Che il presidente degli Stati Uniti tiri fuori l’ipotesi di spartire la ricchezza prodotta dall’IA è un modo per ammettere quello che si osserva ormai da tempo. L’intelligenza artificiale sta riscrivendo il mercato del lavoro, e per molte persone questo significa una cosa sola, finire licenziati. Vale la pena notare un dettaglio. OpenAI, Meta, Anthropic e Google sono state contattate per commentare le dichiarazioni del presidente. Nessuna ha aperto bocca.
Un fondo pubblico o nuove tasse, le strade sul tavolo
Queste parole arrivano in un momento in cui la popolarità dell’IA tra i cittadini è ai minimi storici, quindi potrebbero anche servire ad ammorbidire il rifiuto crescente nella società americana. Secondo un sondaggio, il 53% delle persone teme che l’IA lasci senza lavoro loro o qualcuno della propria famiglia. Non solo, il 73% si è detto preoccupato per l’aumento del suo utilizzo. Numeri che dicono parecchio sul clima che si respira.
Tra le opzioni che girano c’è quella di un fondo pubblico, proposta non a caso dalla stessa OpenAI. La logica è semplice. Visto che l’IA genererà molta ricchezza, lo Stato compra azioni e poi distribuisce i guadagni tra la popolazione. In pratica lo Stato diventa socio dell’IA e si spartisce il rendimento di quell’investimento, un po’ come fa il fondo sovrano della Norvegia con il petrolio, solo che qui la risorsa è l’intelligenza artificiale. L’alternativa sarebbe mettere una tassa sui profitti delle aziende, ma per qualche motivo questa idea trova meno sostenitori.
C’è poi chi pensa che tutto questo non basti. Gli scenari più cupi immaginano un futuro in cui l’IA si occupa di tutto il lavoro d’ufficio. Vinod Koshla, fondatore di una società di capitale di rischio, prevede in una sua analisi che l’intelligenza artificiale finirà per svolgere circa l’80% del lavoro economicamente utile che oggi facciamo noi umani, scatenando una disoccupazione di massa.
In uno scenario del genere un fondo sovrano potrebbe non bastare, così Koshla propone alcune modifiche. Equiparare le tasse sui guadagni di capitale a quelle sugli stipendi, e creare a partire dal 2030 una tassa “per token” del 20% sui ricavi derivanti dal calcolo dell’IA e dalla sostituzione di stipendi umani con sistemi automatizzati. Quel gettito andrebbe prima a coprire la disoccupazione di chi perde il posto e, se la scommessa sull’IA andasse a buon fine, potrebbe poi servire ad abbassare il costo di servizi essenziali automatizzabili come sanità, tutor personalizzati o assistenza legale, in modo che smettano di essere un lusso legato al reddito.