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IA autonoma in medicina: su JAMA la sfida ai medici entro il 2030

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Quando una rivista come il Journal of the American Medical Association pubblica un articolo che chiede se l’IA autonoma finirà per battere i medici assistiti dall’intelligenza artificiale, il punto interrogativo è puramente decorativo. La risposta degli autori, tra cui il bioeticista e oncologo Ezekiel Emanuel e l’investitore Vinod Khosla, è un sì netto. Non un “forse”, non un “dipende dai casi”: l’IA in medicina, secondo loro, da sola può fare meglio sia dei camici bianchi sia delle squadre miste uomo più macchina.

È una tesi che rompe il compromesso a cui buona parte del mondo sanitario si era rassegnata, cioè l’idea che il futuro fosse ibrido, con i medici a supervisionare bot ben addestrati. Qui invece si dice che, in cinque attività cliniche fondamentali, l’intervento umano peggiora le prestazioni della macchina. Le cinque attività sono raccogliere l’anamnesi, formulare la diagnosi, capire quali esami servono, prescrivere la terapia e seguire le malattie croniche. La revisione si basa sugli studi pubblicati da gennaio 2024 in poi.

IA autonoma in medicina: come Emanuel è passato dallo scetticismo alla previsione sul 2030

Per anni Emanuel, che insegna Etica medica e Politica sanitaria all’Università della Pennsylvania, aveva liquidato la faccenda come fantasia. Negli anni Dieci incontrava Khosla alle conferenze e si sentiva ripetere che l’intelligenza artificiale avrebbe svolto l’85% del lavoro dei medici entro il 2035. Khosla ci batteva sopra da tempo, con un pezzo su TechCrunch nel 2012 dal titolo eloquente, “Servono medici o algoritmi?”, e un trattato di 101 pagine nel 2016. La replica era sempre la stessa: sciocchezze, quello che fanno i medici è troppo complesso.

Poi, circa un anno fa, l’amico Robert Wachter gli ha mandato il suo libro A Giant Leap. Wachter, primario di medicina alla UCSF, descriveva un mondo in cui la medicina di alto livello resta un lavoro condiviso tra algoritmi e clinici, mentre alla massa dei pazienti tocca solo la macchina. Da lì la domanda che ha cambiato le carte: se l’IA prende il controllo, ai medici cosa rimane da fare?

Per verificare la premessa, Emanuel ha coinvolto Khosla padre, che ha proposto di aggiungere il figlio Neal, alla guida di Curai Health, azienda online che cura pazienti con l’IA e tiene un team medico per le prescrizioni e i casi complicati. Conclusione del gruppo: entro il 2030 una IA autonoma superiore batterà con ogni probabilità gli esseri umani che usano l’IA. Previsione definita dagli stessi autori inquietante, ma verosimile.

La fallacia del portiere e il rischio di medici che non imparano più

Le obiezioni non sono mancate. John Whyte, amministratore delegato dell’American Medical Association, parte dalle debolezze metodologiche: parecchi studi esaminati sono simulazioni e non esperimenti in cieco, e non tutti sostengono la tesi. C’è poi un lavoro pubblicato su Nature a febbraio 2026 secondo cui, nella pratica reale, la maggior parte dei pazienti non riesce a comunicare in modo efficace con i grandi modelli linguistici, quindi non arriva davvero alle loro competenze. La posizione dell’associazione resta netta: strumenti promettenti, sì, ma dentro un piano di cura supervisionato da un medico. Emanuel risponde che sono passati meno di quattro anni dall’arrivo di ChatGPT e che la previsione guarda ai quattro successivi.

Interessante la posizione di Wachter, che pure viene citato come voce critica e invece dà ragione agli autori su un punto: mettere insieme uomo e macchina funziona, però a volte è proprio l’uomo a rovinare il risultato. Detto questo, insiste sulle qualità che restano insostituibili, come comunicare una prognosi pesante o orientare davvero qualcuno verso la scelta migliore. E tira fuori quella che chiama la fallacia del portiere: si temeva che i portieri sparissero con le porte automatiche, invece ritirano pacchi, danno da mangiare agli animali, ascoltano lamentele. Nei palazzi di lusso ci sono ancora.

Il nodo, però, è che qui non si sostituisce l’apertura di una porta ma competenza costruita in anni di formazione. Whyte ammette la preoccupazione per la perdita di competenze: facoltà e scuole di specializzazione discutono se lasciare questi strumenti agli specializzandi, perché chi non impara a raccogliere un’anamnesi e a fare un esame obiettivo poi non lo impara più. Dall’altra parte c’è chi considera negligenza professionale ignorare uno strumento tanto utile.

Sul futuro della professione, Vinod Khosla dice che i medici serviranno in chirurgia e in pronto soccorso. Neal Khosla sostiene che il cambiamento è già cominciato e si aspetta che nei prossimi anni l’IA ottenga l’autorizzazione regolatoria a prescrivere farmaci.

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