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Usare lo smartphone come hotspot è uno dei sistemi più immediati per collegare un notebook, un tablet o qualsiasi altro dispositivo quando non c’è una rete disponibile. Torna utile in viaggio, quando la linea di casa va in tilt oppure quando si preferisce stare alla larga da un WiFi pubblico. Farlo spesso però ha un prezzo, e non si misura subito in euro ma in batteria, traffico dati e qualità della connessione.
In emergenza la soluzione funziona benissimo. Se lo smartphone come hotspot diventa il sostituto abituale della rete di casa, invece, rischia di rivelarsi meno conveniente di quanto si possa pensare, e i motivi sono sostanzialmente tre.
Batteria sotto stress e gigabyte che evaporano
Con l’hotspot attivo il telefono porta avanti due lavori nello stesso momento. Da un lato mantiene il collegamento alla rete mobile 4G o 5G, dall’altro genera una rete WiFi a cui si agganciano notebook, tablet, console e altri apparecchi. Il carico su modem, processore e componenti radio cresce e l’effetto si nota in fretta, perché l’autonomia cala molto più velocemente e il dispositivo può scaldarsi più del solito.
Le cose peggiorano quando il segnale è debole. In quelle condizioni il modem fatica di più per restare connesso e i consumi salgono ancora. Lasciare il telefono attaccato al caricatore risolve il problema nell’immediato, però calore e ricarica prolungata non formano un’accoppiata ideale per la salute della batteria nel lungo periodo. Per sessioni brevi non c’è nulla di cui preoccuparsi, mentre se l’hotspot resta acceso per ore ogni giorno lo stress energetico diventa un aspetto da tenere in conto.
Il secondo rischio è probabilmente il più sottovalutato. Quando un computer si collega, tutto il traffico dati passa attraverso il piano tariffario dello smartphone. La semplice navigazione pesa poco, ma un PC può mettersi a scaricare aggiornamenti in automatico, sincronizzare file sul cloud, avviare backup o riprodurre video ad alta risoluzione. Basta collegare un portatile per bruciare in poche ore una quantità di gigabyte che sul telefono sarebbe durata giorni, e con più dispositivi connessi insieme la situazione si aggrava.
Anche le offerte illimitate meritano un occhio di riguardo. Alcuni operatori possono prevedere condizioni specifiche per la condivisione della connessione, soglie di utilizzo o rallentamenti della velocità una volta superati certi volumi di traffico. Prima di affidarsi all’hotspot per periodi lunghi conviene quindi controllare quanti GB sono davvero a disposizione e cosa stabilisce la propria tariffa.
Una connessione che dipende tutta dalla rete mobile
Sotto una buona copertura 5G un hotspot può andare molto veloce, ma la rete mobile non garantisce per forza la stessa stabilità di una linea fissa. Entrano in gioco parecchi fattori come la distanza dall’antenna, la congestione della rete, la copertura al chiuso, la tecnologia disponibile e il numero di dispositivi collegati. In una zona con segnale scarso la velocità può oscillare parecchio anche senza muovere il telefono, e più apparecchi si connettono più devono dividersi la stessa banda.
Per leggere la posta o navigare, lo smartphone come hotspot può essere più che sufficiente. Videoconferenze, gaming online, streaming in alta risoluzione e trasferimenti di file pesanti possono invece soffrire di latenze, cali di velocità o vere e proprie interruzioni.
Tutto questo non significa che il tethering vada evitato. Resta anzi una delle funzioni più utili integrate negli smartphone moderni, può essere preferibile a una rete pubblica sconosciuta e può salvare una giornata di lavoro quando la connessione principale si blocca. La differenza la fa l’uso. Per collegamenti occasionali si tratta di una soluzione eccellente, ma se il telefono deve condividere la linea per molte ore ogni giorno emergono in fretta i tre limiti principali, cioè più consumo di batteria, più traffico dati e una connessione legata a doppio filo alla qualità del segnale. In quel caso un WiFi tradizionale o un router 4G/5G dedicato possono risultare molto più adatti.
Fonte: TecnoAndroid


