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Con Grok Bot Elon Musk prova a spostare di nuovo l’asticella dell’automazione, presentando quello che xAI descrive come un gruppo di collaboratori digitali a cui affidare compiti concreti. Non un semplice chatbot da interrogare, ma una struttura fatta di agenti AI capaci di accedere agli strumenti dell’utente, usarli davvero e restituire il lavoro finito. L’annuncio è arrivato e la logica è chiara: creare un bot, assegnargli un incarico, aggiungerne un altro quando il carico cresce.
Uno per un progetto specifico, uno per le attività in uscita, uno dedicato ai sistemi. Lavorano in parallelo, si parlano quando serve e restano operativi 24 ore su 24, 7 giorni su 7. L’ambizione dichiarata è tenere xAI agganciata al gruppo di testa, quello dove corrono già OpenAI, Google e Anthropic, senza restare indietro sulla partita degli agenti autonomi.
Come funziona questo esercito di bot
Il meccanismo è meno astratto di quanto sembri. Ogni agente può comunicare con gli altri, condividendo informazioni su cosa fare e su come farlo. Le prende direttamente dal dispositivo oppure autenticandosi su siti e servizi con gli account privati dell’utente. Da qui nasce l’idea di un piccolo esercito che si comporta come si comporterebbe una persona davanti allo schermo, replicando le stesse azioni ma senza pause.
Secondo quanto mostrato dall’azienda, basta illustrare una procedura una volta sola perché venga riprodotta fedelmente. E non finisce lì: l’intelligenza artificiale dovrebbe poi migliorarla nel tempo, rendendola più rapida ed efficiente man mano che la ripete. Un dettaglio che spiega bene la filosofia dietro al progetto, cioè spingere il concetto di automazione fino al limite.
C’è però un aspetto tecnico che vale la pena mettere a fuoco. Ogni Grok Bot condivide un unico computer cloud persistente. Significa che tutti i bot appartenenti allo stesso utente lavorano sulla medesima macchina virtuale, con gli stessi file, lo stesso browser e le stesse credenziali di accesso. In questo modo possono passarsi il lavoro senza perdere il contesto. L’isolamento avviene per utente, non per singolo bot.
Disponibilità, abbonamenti e il legame con Cursor
Il rilascio si trova in fase di early beta, quindi una versione preliminare a tutti gli effetti. Un particolare tutt’altro che secondario per chi valuta di installarlo subito, visto che parliamo di un software con accesso ad account personali e strumenti di lavoro quotidiani.
Il download è possibile dal sito ufficiale nelle versioni per Windows, macOS, Linux e iOS. La variante per Android non è ancora pronta, ma dovrebbe arrivare a breve. In questa prima fase l’utilizzo resta riservato a chi possiede un abbonamento a SuperGrok Heavy, Cursor Ultra oppure Cursor Teams Premium, quindi ai profili più costosi del catalogo.
Il riferimento a Cursor non è casuale. Grok Bot nasce come conseguenza diretta dell’acquisizione della startup Cursor, arrivata tramite Anysphere e annunciata nel mese di giugno con un investimento di circa 55 miliardi di euro. Una cifra enorme, che dà la misura di quanto Musk creda in questa direzione e di quanto il settore stia scommettendo sugli agenti capaci di operare in autonomia.
L’immagine che ne esce è quella di un ambiente dove ogni bot agisce come se avesse una propria postazione, appoggiandosi alle applicazioni e agli strumenti che l’utente utilizza ogni giorno. Il salto rispetto agli assistenti tradizionali sta proprio qui: non più suggerimenti o testi generati su richiesta, ma esecuzione concreta di attività, dall’inizio alla fine, con la possibilità di scalare il numero di agenti in base al lavoro da smaltire.










