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Grand Canyon, una mega scarpata spiega il miliardo di anni perso

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Il Nord America, in un passato remoto, ospitava una mega scarpata alta all’incirca un chilometro e capace di attraversare l’intero continente, una struttura talmente estesa da risultare difficile persino da immaginare. Ed è proprio questa parete gigantesca, secondo l’ipotesi che se ne sta facendo strada, a poter dare una risposta al grande mistero del Grand Canyon, quello che da generazioni tiene occupati i geologi. Non tanto la profondità della gola o la forma delle sue pareti rosse, quanto qualcosa di molto meno visibile e molto più sconcertante, ossia un intervallo di tempo enorme che semplicemente non compare nelle rocce.

Chi ha camminato lungo i sentieri del canyon, o anche solo osservato una fotografia con un minimo di attenzione, ha visto quella linea. Sotto ci sono rocce antichissime, sopra ce ne sono altre molto più giovani, e tra le due non c’è nulla. Nessuno strato intermedio, nessun sedimento a fare da ponte. Un contatto netto, quasi brutale, tra due mondi separati da una distanza temporale che si misura in centinaia di milioni di anni.

Grand Canyon: il miliardo di anni sparito dalle rocce

Il fenomeno ha un nome che suona quasi elegante, la Grande Discordanza, ma dietro l’etichetta si nasconde un buco vero e proprio nella documentazione geologica. Circa un miliardo di anni di storia della Terra manca all’appello, cancellato, portato via, comunque non registrato. E il problema non riguarda soltanto il Grand Canyon, perché tracce dello stesso salto temporale si trovano in altri punti del continente, il che rende la faccenda ancora più interessante e ancora più complicata da spiegare.

Le ipotesi non sono mancate negli anni. Qualcuno ha chiamato in causa glaciazioni globali, qualcun altro movimenti tettonici su vasta scala, altri ancora l’erosione lenta e paziente di superfici esposte per tempi lunghissimi. Nessuna di queste spiegazioni, però, ha mai messo tutti d’accordo, anche perché ognuna funziona bene in alcune località e molto meno in altre. L’idea di una scarpata continentale di dimensioni fuori scala offre una prospettiva diversa, perché una struttura del genere avrebbe potuto agire come una macchina erosiva su tutto il territorio, asportando materiale in modo sistematico invece che casuale.

Una parete lunga quanto un continente

Vale la pena fermarsi un attimo sulle proporzioni, perché è lì che la faccenda diventa quasi vertiginosa. Un chilometro di dislivello, mantenuto non per qualche decina di chilometri ma lungo una fascia che tagliava il continente da parte a parte. Nulla di paragonabile esiste oggi nel paesaggio nordamericano. Una barriera del genere avrebbe condizionato il corso dei fiumi, la distribuzione dei sedimenti, forse il clima delle regioni che si trovavano ai suoi piedi, e avrebbe lasciato dietro di sé esattamente il tipo di superficie erosa che oggi si osserva nel Grand Canyon.

Capire dove sia finito quel miliardo di anni resterebbe comunque un risultato notevole per la geologia, e non solo per una questione di completezza accademica. Quel periodo copre una fase decisiva della storia del pianeta, quella che precede l’esplosione della vita complessa, e avere le rocce a disposizione significherebbe poter leggere direttamente cosa stava accadendo. Senza quelle rocce, si procede per indizi indiretti.

Poi c’è l’altro aspetto, meno rigoroso e più immediato. Immaginare una parete alta mille metri che si estende per l’intera larghezza del Nord America produce un effetto difficile da descrivere, un misto di stupore e di vertigine. Il paesaggio che si conosce oggi, con le sue montagne e le sue pianure, è il risultato finale di una serie di eventi di questa portata, e la mega scarpata è uno di quelli che il tempo ha cancellato quasi del tutto, lasciando in eredità soltanto il taglio netto visibile tra le pareti del canyon.

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