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Google Project Suncatcher, primo test dell’IA in orbita con 4 TPU

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Google ha deciso di portare l’intelligenza artificiale in orbita, anche se per ora si parte in piccolo. Con Project Suncatcher l’azienda punta a costruire veri e propri data center nello spazio, alimentati dall’energia del Sole e basati su una rete di satelliti capaci di lavorare insieme. Il primo passo concreto è fissato per il 1° ottobre, quando il satellite MVP dovrebbe partire a bordo di un razzo SpaceX Falcon 9 dalla Vandenberg Space Force Base, in California.

Non sarà ancora un data center orbitale nel senso pieno del termine. Si tratta piuttosto di un banco di prova per capire se l’hardware riesce a sopravvivere alle condizioni estreme che si incontrano fuori dall’atmosfera.

Come nasce l’idea di Suncatcher

Tutto comincia circa tre anni fa con Blaise Agüera y Arcas, vicepresidente di Google e ricercatore nel campo dell’IA. Dopo un incontro tra imprenditori e ricercatori dedicato alla fame di energia dei sistemi di intelligenza artificiale, si convinse che spostare i server in orbita, dove l’energia solare è disponibile direttamente, potesse essere una strada percorribile.

James Manyika, vicepresidente senior per ricerca, tecnologia e società, all’inizio era piuttosto scettico. Accettò comunque di avviare alcuni test su due questioni chiave: la resistenza dei chip alle radiazioni spaziali e la possibilità di raffreddarli in orbita. Il momento decisivo arrivò nel maggio 2025, quando Agüera y Arcas presentò il progetto a Sundar Pichai durante una riunione organizzata proprio da Manyika. A sorpresa si presentò anche il cofondatore Sergey Brin, e i due diedero rapidamente il via libera.

Per costruire il veicolo Google si è affidata a Planet Labs, società specializzata in satelliti per l’osservazione della Terra in cui aveva investito. Il piano originale prevedeva due lanci nel 2027, poi l’azienda ha scelto di anticipare al 2026 accettando qualche rischio in più. I chip sono stati quindi installati in un satellite Planet Labs già pronto. James Mason, responsabile delle attività spaziali di Planet Labs, ha raccontato che di calcolo nello spazio si discuteva da anni, ma è stata l’esplosione della domanda di IA a rendere il tutto molto più concreto.

Quattro TPU contro radiazioni e calore

A bordo del satellite MVP ci sono quattro TPU, i processori che Google progetta apposta per l’intelligenza artificiale. Messi insieme offrono una potenza paragonabile a quella di un singolo server di un normale data center. I pannelli solari garantiranno circa un kilowatt, più o meno quanto serve a un asciugacapelli. Il satellite dovrebbe gestire semplici richieste per circa un anno, anche se è progettato per restare in orbita fino a sei anni prima di rientrare e disintegrarsi.

Le radiazioni sono uno degli ostacoli principali. Da febbraio 2025 i chip sono stati testati al Crocker Nuclear Laboratory di Davis, in California, con un acceleratore di particelle che ha simulato l’equivalente di cinque anni di esposizione. Il rischio sono i cosiddetti bit flip, errori che trasformano uno zero in uno o viceversa. I risultati però sono stati incoraggianti perché nella maggior parte dei casi bastava riavviare i chip per tornare alla normalità.

Poi c’è il raffreddamento. Nel vuoto le ventole non funzionano come sulla Terra, così Google ha messo a punto un sistema a strati di materiali conduttivi collegati a un radiatore che disperde il calore. I chip lavorano per circa 15 minuti e poi devono spegnersi, un intervallo comunque sufficiente per elaborare richieste brevi e permettere a Gemini di rispondere.

Pesa anche la questione economica. Un solo lancio di Falcon 9 costa circa 63 milioni di euro, e questa è solo una delle voci da mettere in conto quando si passa da un prototipo a un’infrastruttura vera. Anche Elon Musk ha sostenuto l’idea dei data center nello spazio, descrivendone l’installazione come relativamente semplice, ma il percorso di Google mostra quante sfide ingegneristiche ci siano ancora sul tavolo.

Una rete da 80 satelliti all’orizzonte

L’obiettivo di Project Suncatcher va ben oltre MVP. Google prevede due nuovi satelliti nel 2027 e studia una formazione di 80 unità che volerebbero ravvicinate, comunicando tra loro per elaborare le richieste di intelligenza artificiale. Si valuta perfino un satellite su misura lungo quanto un campo da calcio, scenario ancora lontano.

Manyika ammette che non ci si aspetta nulla di realmente operativo nei prossimi anni e paragona il percorso a quello delle auto a guida autonoma. Brandon Lucia, professore di ingegneria elettrica e informatica alla Carnegie Mellon University, sottolinea che passare a una rete in grado di funzionare come un enorme data center richiederà anni di lavoro, grandi investimenti e soluzioni a problemi ancora inesplorati. Travis Beals, direttore senior della gestione prodotto per Suncatcher, ha spiegato che in caso di successo il progetto un giorno dovrebbe diventare quasi noioso, al punto che nessuno farà più caso al fatto che una richiesta a Gemini venga elaborata nello spazio.

Fonte: TecnoAndroid

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