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Giurassico, ecco come suonava una foresta 165 milioni di anni fa

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Chiudere gli occhi e ascoltare una foresta giurassica vecchia di 165 milioni di anni non è più soltanto un esercizio di immaginazione. Un gruppo di ricercatori ha provato a ricostruire il paesaggio sonoro di quel mondo lontanissimo partendo da un punto di appoggio molto concreto, cioè gli insetti che ancora oggi popolano i nostri prati e i nostri boschi. L’idea di fondo è tanto semplice quanto ingegnosa: se i cugini moderni cantano in un certo modo, qualcosa di quel canto doveva esserci anche allora.

Il lavoro si è concentrato sulle cosiddette katydid, le cavallette dalle antenne lunghissime che in italiano vengono spesso chiamate cavallette verdi o tettigonie. Sono insetti notoriamente rumorosi, capaci di riempire una notte estiva con un frinire che sembra non finire mai. Proprio questa loro caratteristica le ha rese le candidate ideali per un esperimento di archeologia acustica, perché il meccanismo con cui producono il suono è rimasto sostanzialmente riconoscibile nel tempo.

Dagli insetti vivi al canto dei fossili

Il punto di partenza sono stati gli insetti fossili conservati nelle rocce, testimoni silenziosi di un’epoca in cui i dinosauri camminavano tra le felci. Il problema, ovviamente, è che una pietra non emette rumore. Confrontando però le strutture conservate nei reperti con quelle degli esemplari viventi, i ricercatori hanno potuto stimare che tipo di suono uscisse da quegli apparati. Un lavoro di deduzione più che di registrazione, ma con basi solide.

Il risultato è una sorta di traccia audio del Giurassico, un tentativo di restituire all’orecchio umano qualcosa che nessun essere umano ha mai potuto sentire. Non un rombo di tirannosauri, non versi spettacolari da film di fantascienza, ma il tessuto sonoro di fondo fatto di piccoli animali che comunicavano tra loro nel buio. Ed è forse questo l’aspetto più affascinante della faccenda, perché quando si parla di preistoria l’immaginazione corre sempre ai grandi rettili e quasi mai a ciò che si muoveva tra le foglie.

Un paesaggio sonoro che rilassa più di quanto sembri

C’è anche un risvolto inatteso in tutto questo. Il paesaggio sonoro ricostruito ha un effetto sorprendentemente calmante, non lontano da quelle registrazioni ambientali che molti usano per addormentarsi o per concentrarsi mentre lavorano. Il frinire ritmico degli insetti crea una specie di tappeto continuo, ipnotico, che non ha nulla della violenza che di solito si associa al mondo dei dinosauri.

Va detto che si tratta di una ricostruzione, non di una fotografia sonora fedele. Nessuno può garantire che quella foresta suonasse esattamente così, e i ricercatori stessi lavorano su probabilità e analogie con le specie attuali. Ma il metodo resta interessante perché apre una porta su un aspetto della paleontologia che di solito rimane fuori dai musei, dove si può guardare uno scheletro ma non ascoltare l’ambiente in cui quello scheletro si muoveva.

Il fatto che le cavallette siano rimaste così simili a se stesse per un tempo tanto lungo dice molto sull’efficacia del loro sistema di comunicazione. Se una soluzione funziona, l’evoluzione tende a tenersela stretta, e in questo caso il risultato è che un insetto di oggi può fare da traduttore per uno vissuto quando l’Atlantico era poco più di una spaccatura tra continenti. Ricostruzioni di questo tipo aiutano a immaginare gli ecosistemi antichi come luoghi vivi e affollati, non come diorami immobili. Una foresta giurassica con le sue notti popolate di richiami, di segnali, di conversazioni tra creature minuscole che continuavano indisturbate mentre sopra di loro passavano animali molto più grandi.

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