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Sul futuro delle frequenze 5G in Italia si è aperto un confronto tra due autorità che guardano allo stesso problema da prospettive molto diverse. Da una parte c’è AGCOM, orientata a rinnovare tutte le frequenze mobili attualmente in uso. Dall’altra c’è l’Antitrust, che chiede un approccio diverso fatto di un rinnovo parziale e di una nuova asta costruita attorno alla qualità della rete invece che al prezzo più alto.
Il punto di partenza è piuttosto semplice da spiegare. Le frequenze sono la risorsa su cui si appoggiano le reti mobili e senza di esse gli operatori non possono offrire connettività ai propri clienti. Decidere come assegnarle, e a chi, significa quindi incidere in modo diretto sul mercato della telefonia mobile e sul servizio che arriva agli utenti. La proposta di AGCOM punta alla continuità, con il rinnovo dell’intero pacchetto delle frequenze mobili. L’autorità garante della concorrenza invece non condivide questa impostazione e propone di rinnovarne soltanto una parte.
Perché l’Antitrust non vuole un rinnovo totale
La posizione dell’Antitrust non è un rifiuto netto del rinnovo ma una sua correzione. L’idea è di affiancare al rinnovo di una porzione delle frequenze una gara vera e propria per assegnare le altre. Una scelta che riapre la partita e che, almeno sulla carta, rimette in competizione gli operatori su una risorsa che altrimenti resterebbe nelle mani di chi già la gestisce.
Il rinnovo integrale proposto da AGCOM avrebbe il vantaggio della stabilità, perché lascerebbe invariato l’assetto attuale. Ma è proprio questo l’aspetto che l’autorità della concorrenza mette in discussione. Rinnovare tutto vuol dire infatti rinunciare a uno strumento che potrebbe spingere gli operatori a fare meglio, e la gara diventa così il mezzo per legare l’assegnazione delle frequenze a impegni concreti.
Una gara che premia la qualità della rete
L’elemento più interessante della proposta riguarda il modo in cui dovrebbe funzionare la nuova asta. Non si tratterebbe della classica competizione basata sulle offerte al rialzo, dove vince semplicemente chi mette sul tavolo la cifra più alta. Il criterio indicato dall’Antitrust è un altro e si fonda sugli investimenti tecnici, cioè su quanto gli operatori sono disposti a mettere in campo per migliorare l’infrastruttura.
Cambia parecchio la logica di fondo. In una gara tradizionale l’obiettivo dello Stato è incassare il più possibile, mentre in questo modello al centro finisce la qualità della rete. Chi si aggiudica le frequenze lo farebbe grazie alla bontà dei propri piani di sviluppo e non soltanto alla disponibilità economica. Un meccanismo che sposta l’attenzione dal valore della licenza al servizio che ne deriva per chi usa ogni giorno lo smartphone.
Si tratta di un’impostazione che punta a trasformare l’assegnazione delle frequenze 5G in un’occasione per alzare il livello delle infrastrutture mobili. La differenza rispetto al rinnovo completo voluto da AGCOM sta tutta qui, da una parte la conferma dell’esistente e dall’altra una competizione che misura gli operatori sulla capacità di investire nella rete. Le due posizioni restano quindi distanti. AGCOM vorrebbe rinnovare tutte le frequenze mobili, mentre l’Antitrust propone un rinnovo parziale accompagnato da una nuova gara basata sugli investimenti tecnici e non sulle offerte al rialzo.
Fonte: TecnoAndroid








