Vai al contenuto
Offerte

Fracking in Messico, Sheinbaum riapre il dibattito sul gas

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Il governo di Claudia Sheinbaum ha riaperto la discussione sul fracking in Messico, con l’obiettivo di sfruttare le riserve di gas non convenzionale e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti nell’approvvigionamento di questo combustibile. Un tema che tocca corde delicate, perché mette sullo stesso piatto la cosiddetta sovranità energetica e i timori concreti di chi difende l’ambiente e i territori.

Tutto parte da un comitato di valutazione, creato su indicazione della presidenta, che dopo mesi di lavoro ha rilasciato le sue prime raccomandazioni. Si tratta di un gruppo formato da 54 tra scienziati e specialisti in gestione delle acque, sfruttamento sostenibile, geologia e ambiente. La commissione ha dato il via libera a proseguire con l’esplorazione in diverse aree del nordest del Paese, così da capire se estrarre gas tramite fratturazione idraulica sia davvero praticabile.

Il gruppo ha però fissato una serie di condizioni tecniche, ambientali e sociali da rispettare prima di qualsiasi avvio delle attività. E qui iniziano i problemi, perché diverse organizzazioni e collettivi ambientalisti sostengono che la valutazione non abbia dimostrato nulla riguardo alla capacità delle nuove tecnologie di abbassare i rischi legati a questa tecnica. Non solo. Accusano il comitato di non aver tenuto abbastanza conto delle possibili conseguenze sui territori e sulle popolazioni indigene.

Fracking in Messico: cosa dice davvero il parere scientifico

Secondo la commissione, il Messico avrebbe un potenziale di gas naturale da giacimenti non convenzionali pari a circa 141,5 trilioni di piedi cubi, concentrati soprattutto nei bacini di Burgos, Sabinas-Burro-Picachos e Tampico-Misantla. Va detto però che resta da capire quanto di questo volume sia effettivamente recuperabile in modo conveniente, valutando aspetti tecnici, economici e ambientali.

Gli esperti hanno escluso in modo definitivo lo sfruttamento tramite fracking nel bacino di Tampico-Misantla, tra gli stati di Veracruz e Tamaulipas. Il motivo? È una zona densamente popolata, dove molte comunità indigene vivono grazie al territorio stesso. Il divieto tocca anche la Huasteca, a San Luis Potosí, e parte della Sierra Norte de Puebla.

Diverso il discorso per i bacini di Sabinas-Burro-Picachos, negli stati di Coahuila e Nuevo León, e per quello di Burgos, nel nordest di Tamaulipas. Qui il comitato ha suggerito di andare avanti con le valutazioni. La porta resta aperta, ma con paletti precisi. Prima di iniziare qualsiasi lavoro bisognerà dimostrare che esistono riserve sufficienti di acqua salata per queste operazioni. E niente acqua dolce, né superficiale né sotterranea, destinata al consumo umano, all’agricoltura o alle attività produttive.

Il governo dovrà quindi calcolare quanta acqua salata è disponibile e valutare alternative, come l’uso di acqua proveniente da formazioni geologiche profonde. Solo dopo si passerà a studiare la fattibilità tecnica ed economica dei progetti e i loro effetti sull’ambiente. Il comitato ha anche raccomandato di esaurire ogni altra strada verso la sovranità energetica prima di toccare il fracking, dall’aumento delle rinnovabili al miglioramento dell’efficienza, fino allo sfruttamento pieno dei giacimenti convenzionali.

La rivolta degli ambientalisti

Una coalizione di quasi 35 organizzazioni antifracking ha risposto con un comunicato durissimo. Per loro il gruppo è nato con un vizio d’origine, perché il compito assegnato era analizzare la “possibile esplorazione sostenibile” del gas non convenzionale.

“L’incarico rivelava un pregiudizio di partenza: non cercava di rispondere se il Messico dovesse vietare il fracking, ma come usarlo con meno sensi di colpa”, hanno scritto. Per le firmatarie, esplorare, estrarre e bruciare combustibili fossili in modo sostenibile è impossibile per definizione.

Le organizzazioni contestano anche la legittimità del parere, perché sarebbero mancate la partecipazione delle comunità coinvolte e la presenza di esperti in epidemiologia, diritti umani e territori indigeni. “Trattarlo solo come ingegneria è già un modo di manipolare il dibattito”, hanno affermato.

Secondo i difensori dell’ambiente, le tecnologie proposte per ridurre l’impatto idrico, come il riciclo dei liquidi e l’uso di sostanze biodegradabili, esistono soltanto come prove di concetto in articoli accademici, senza un’efficacia dimostrata sul campo. Non ci sarebbe alcuna prova scientifica solida che queste tecniche eliminino i rischi per le falde, le fughe di metano, i sismi indotti e i danni sociali. Per questo la coalizione chiede una cosa netta, cioè la proibizione costituzionale del fracking a livello nazionale, unica garanzia per proteggere il diritto alla salute e a un ambiente sano.

Condividi:
101 Condivisioni